
Fin dall’inizio, la nostra esistenza presuppone necessariamente l’incontro con l’Altro. Nessuno può da solo realizzare pienamente il progetto di esistere.
La relazione è ineludibile, anche nella solitudine i nostri pensieri mantengono la relazione con gli altri. L’apertura con l’alterità non è semplice e immediata ma faticosa: ognuno porta con sé i propri sentimenti, i propri stati d’animo, ognuno è depositario di un proprium che rende unici e irripetibili.
Nell’incontro con l’Altro ci rendiamo conto di custodire una profondità di cui era impossibile accorgersi da soli.
L’apertura all’incontro dipende da una scelta e dal rispettivo impegno, da quanto si è capaci di superare l’egocentrismo. La costruzione dell’io è strettamente legata alla dimensione relazionale in cui il soggetto ha la possibilità di allargare le sue potenzialità attraverso l’incontro e il riconoscimento dell’altro.
Nella parola in-contro siamo di fronte a “in” che implica un andare verso, e quindi un atteggiamento di apertura e di accoglienza, e ad un “contro” che, invece, implica resistenza, opposizione.
Entrano in gioco l’esperienza del limite e l’esperienza della speranza, entrambe necessarie per stabilire un incontro, dove non ci siano chiusura o distacco, ma l’intrecciarsi di una relazione in cui ognuno fa esperienza dell’Altro, accettando il rischio, ma anche l’opportunità di conoscersi.
Entrare in relazione vuol dire entrare in contatto con altre identità, instaurare relazioni. Ognuno di noi, nella relazione con l’altro, porta un proprio bagaglio, che va oltre la sua essenza.
Ci portiamo dietro le nostre radici, le vittorie, le sconfitte e la solitudine della propria interiorità.
L’Altro che si pone di fronte induce a mettersi in discussione, chiamando ad un confronto al quale non ci si può sottrarre, perché la propria identità si arricchisce solo attraverso la relazione con l’alterità, che, anche se spaventa non può essere preclusa.
L’inevitabilità dell’incontro viene enfatizzata dal filosofo Levinas. L’alterità è una problematica costante nella sua filosofia: vi sono due importanti opere che delineano e sviluppano queste tematiche, Il Tempo e l’altro e Totalità e infinito.
All’interno di questi testi è evidente che l’autore pone tra i concetti di alterità e di identità una divisione profonda e assolutamente irriducibile ad una sintesi. Identità e alterità non si annullano vicendevolmente, ma coesistono ed entrano in costante relazione.
Il volto dell’Altro
La tendenza principale del pensiero occidentale è stata quella di sviluppare una filosofia dell’identico, incentrata sul principio di identità che pensa l’altro sempre a partire da sé, considerandolo un prolungamento dell’io, annullandone la sua unicità. L’io, così, perde anche sé stesso: non riconoscendo l’unicità dell’altro non comprende neanche sé stesso. L’errore classico è quello di rendere l’Altro non più mistero, ma conosciuto, eppure l’altro è portatore di un suo universo autonomo, di un sistema valoriale suo, che non è sintetizzabile con il mio. Occorre accettare la diversità e su tale accettazione fondare la relazione. Solo se ogni soggetto conserva la propria identità ontologica, si può parlare di vera alterità.
Ulisse e Abramo rappresentano nel pensiero di Levinas figure paradigmatiche di due modi diversi di intendere la relazione con l’altro. Entrambi sono i protagonisti di un viaggio, di una partenza.
A caratterizzare il viaggio di Ulisse è il ritorno, mentre Abramo trova nel cammino verso una terra sconosciuta il senso del suo andare.
Ulisse è l’eroe del ritorno a Itaca, egli cerca solo una conferma alla propria identità, che deve essere riconfermata e mai messa in discussione, rappresenta la violenza della negazione della presenza dell’altro. Il desiderio di ritorno di Ulisse deve esser visto più che come desiderio, come un bisogno. Il bisogno è il ritorno, l’egoismo. È un continuo muoversi in avanti mossi dal bisogno di tornare indietro, indietro verso la patria, verso un’Itaca interiore.
Il desiderio invece, è quel movimento che Ulisse non può e non riesce a compiere.
Il desiderio è una partenza senza ritorno, non coincide con un bisogno insoddisfatto; nel desiderio, l’io si dirige verso gli altri. Ulisse è comandato solo dal bisogno di tornare al punto di partenza, non è in grado di desiderare. Per Levinas il viaggio di Ulisse rappresenta l’immagine stessa della filosofia occidentale, che è stata una riduzione dell’Altro al Medesimo, un tentativo di ridurre l’alterità all’identità.
L’Altro è lo straniero, è ciò su cui io non ho potere. Il non accettare questa impotenza spinge verso una relazione di possesso. Alla figura di Ulisse, Levinas oppone quella di Abramo.
Nel cammino di Abramo non c’è ritorno, è la via verso l’infinito dell’altro, che oltrepassa sempre la sfera del sé. Abramo risponde ad una chiamata, a una voce che lo invita ad andare verso una terra che non conosce, una terra promessa, sempre al di là di qualsiasi Itaca.
Abramo è segnato dal desiderio dell’altro e dell’altrove, la sua è l’esperienza dell’assolutamente altro, lascia l’intimità delle sue cose per un altrove ignoto. Al di là di tutte le difficoltà Ulisse sa che alla fine c’è una patria che lo accoglie, l’avventura di Abramo, invece, è molto più dura e piena di incertezze.
L’esodo da sé stessi verso la scoperta dell’altro non può avere il volto di Ulisse, ma quello di Abramo. Ulisse ripone fiducia solo in sé stesso, Abramo è metafora dell’uomo che esce da sé per ascoltare quella voce che lo invita a trascendersi, conducendolo nella totale alterità di una terra sconosciuta. “Eccomi” di Abramo è il luogo attraverso cui l’infinito entra nel linguaggio.
Luogo d’irruzione dell’alterità, il volto, è la rivelazione di una trascendenza.
Il volto si fa discorso, invocazione, ciò comporta da parte del soggetto un’inversione della sua modalità di relazione. Nel dialogo istituito col volto, la parola rivolta all’io richiede accoglienza come ascolto, non pura ricettività, ma risposta.
Chi è l’Altro e qual è il senso profondo del volto? L’Altro, secondo Levinas, è il limite che ci interroga continuamente. Nell’incontro con l’altro vi è l’esperienza fondamentale del nostro essere e del nostro vivere. Nella manifestazione del volto scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro.
Il volto parla e in questo dirsi si pone la differenza tra l’altro e me, che non può essere identificato con me. Nell’intima verità dell’incontro si rivela l’umanità dell’essere, la sua vulnerabilità.
Il senso della comunicazione è in questo incontro, prima ancora che nelle parole e si rivela come un’apertura al mistero della vita, perché il riconoscimento stesso dell’alterità dell’altro, fa sì che io cerchi una verità che è in sé stessa mistero.
Nella sua debolezza il volto può suscitare la tentazione all’atto di violenza, e al tempo stesso vietarla. La sua prima parola è infatti un comandamento ” Tu non mi ucciderai”. Uccidere non è dominare, ma annientare, rinunciare alla comprensione. Il volto manifesta la fragilità e l’autorità, il suo comando esige dal soggetto una risposta. Il comandamento etico proveniente dal volto induce l’io a scoprire l’ingiustizia della propria coscienza. L’altro è il solo che si può essere tentati di uccidere, la tentazione dell’omicidio e l’impossibilità dell’omicidio costituiscono la visione stessa del volto.
La prossimità si realizza quando, riconoscendo l’alterità, si accetta di prendere in carico l’essere dell’altro. Anche il desiderio di sfuggire la responsabilità mi fa responsabile. Si è liberi di essere responsabili, e si è responsabili della propria libertà, come intrappolati nel paradossale circolo di una doppia condanna: condannati alla libertà, da un lato, e condannati alla responsabilità dall’altro.
Levinas pensa la libertà umana inseparabile da un’inquietudine, che si pone come inquietudine per l’altro.
La presenza dell’Altro, con il comandamento che ne deriva, quale impossibilità etica di ucciderlo, si impone come un’esigenza che domina questa libertà.
Di fronte all’esteriorità del volto, la libertà dell’io si trova sospinta a rovesciarsi nella figura della vergogna per la consapevolezza del proprio ritardo, ed è sollecitata a farsi risposta all’appello etico. La presentazione dell’Altro, invece di ledere la mia libertà, la chiama alla responsabilità. Dunque, è nella colpevolezza, davanti allo sguardo indigente di Altri, che la libertà si innalza a responsabilità. Per Levinas non si tratterebbe di limitare, quanto di promuovere la libertà del soggetto, suscitando la responsabilità.
Dal primato dell’io al primato dell’Altro
Il confronto con il volto dell’Altro permette di passare dal principio di identità al principio di alterità, dal primato dell’io al primato dell’altro. Posso comprendere me stesso solo se comprendo l’estraneità dell’altro. Il rapporto con l’altro diventa vero non quando si cerca di conoscerlo, ma quando si vive la responsabilità verso di lui.
Gli atteggiamenti che caratterizzano questo tipo di approccio sono: l’accoglienza, l’ascolto, il rispetto della differenza. Ogni incontro, così come ogni dialogo, è esposto al rischio della non-comprensione, e tuttavia, porta dentro sé una possibilità.
Buber afferma che la vita relazionale dell’uomo avviene per mezzo di due movimenti: quello di distanza e quello di relazione. La distanza è ciò che permette la relazione, la relazione è ciò che permette la distanza. La distanza che l’uomo decide di porre tra sé e l’altro si ripercuote nella relazione stessa.
Sia che noi accettiamo, sia che rifiutiamo una relazione, distanziandoci dagli altri, ciò avrà delle conseguenze che si ripercuotono al di fuori di noi.
L’uomo pur essendo libero di distanziarsi, di conoscere e di decidere, non è allo stesso tempo in grado di svincolarsi dalla relazione. Anche nella nostra completa indifferenza riguardo all’altro, noi siamo sempre responsabili, la responsabilità è con-strutturata al nostro essere. L’essere responsabili non è una scelta, ma un dato di fatto. La distanza che l’uomo pone tra sé e ciò che sta a lui attorno non è in grado di divenire mai totalmente effettiva. Ogni distanza tra uomo e uomo avviene sempre in un contesto relazionale. L’uomo pur essendo libero di distanziarsi e di decidere, non sarà mai in grado di svincolarsi dalla relazione. Questo ci porta a considerare la nostra stessa esistenza come atto di responsabilità. Il fatto che l’uomo non possa esistere se non in relazione, giustifica e dimostra il fatto che la responsabilità, il nostro essere tenuti a rispondere, sia con-strutturato al nostro essere.
Anche nella nostra completa indifferenza riguardo all’altro, noi siamo sempre responsabili.
La scelta di rispondere alla relazione è condizionata da una preliminare accettazione dell’incontro con l’Altro. Anche negando la relazione con l’Altro, non potremo sottrarci alla sua presenza.
Quando l’uomo costruisce strade, ponti e vie di collegamento, nelle intenzioni di questo costruire riesce ad aggiungere qualcosa all’essere nel mondo, mentre l’atto di procurare distanza non potrà mai realizzarsi in modo effettivo, perché la relazione non può essere intaccata; eliminando il muro non sarà capace di eliminare la relazione.
Nessuno di noi è in grado di eliminare e di sottrarre l’altro dalla propria soglia, perché l’altro si trova proprio al limite del nostro essere: possiamo tendere lui la mano o al contrario possiamo anche decidere di voltarci e negare a noi stessi la sua presenza, ma in questo caso, lui rimarrà lì e noi avremo sprecato una delle nostre occasioni. Nella scelta tra un muro e un ponte si decide dell’autenticità e della sensatezza delle nostre esistenze.
Etica della responsabilità
In un secolo marcato spesso dall’incapacità di pensare e vivere con l’Altro, la riflessione di Levinas si presenta come uno sforzo teorico di assumere la questione del senso dell’uomo e della dignità umana senza cedere alla tentazione del nichilismo.
Il termine uomo è nella filosofia di Levinas, un termine di idealità, attraverso il quale transita un appello, l’appello a divenire umano.
Il dialogo, l’incontro, l’irruzione dell’Altro creano delle condizioni per cui sono chiamato a rispondere, ad essere responsabile, una responsabilità che nasce da una maturità umana, che non attende né ricompense, né reciprocità. L’uomo entra in una fraternità, nella quale è pronto ad offrire qualcosa di proprio per l’altro.
La prossimità è fatta di contatto, di sostegno, della coscienza di essere coinvolti nel destino dell’altro. La condivisione è sentirsi partecipi della vita dell’altro, responsabili della sua felicità e persino delle sue mancanze. Lo scopo dell’incontro non è una conoscenza reciproca, ma un rapporto di responsabilità. La centralità dell’altro non è rinnegamento di sé, l’io rinuncia alle sue pretese di dominio e di possesso, ma non si annulla.
Siamo dinnanzi a un eccesso di ospitalità fino al sacrificio del proprio io in nome dell’altro, che è lo straniero. Il primato dell’Altro sempre precede ed eccede i diritti dell’Io, sembra legittimo domandarsi cosa ne resti della libertà. Quale compatibilità può esserci tra la responsabilità per l’altro e la libertà?
Solo l’essere libero è responsabile, la soggettività umana realizza la sua libertà, e in ciò la sua unicità, perché risponde dell’altro, senza averlo né scelto, né voluto.
L’io unico e irripetibile è reso tale nella misura stessa della sua responsabilità, della sua risposta all’appello etico. Se la responsabilità precede la libertà, la libertà che resiste e permane sarà in accordo con essa, una libertà tormentata da quest’inquietudine per Altri, che lascia schiudere la sua infinita ricchezza proprio nella responsabilità per l’altro uomo. Solo la risposta all’appello, la responsabilità restituisce all’uomo il senso della sua libertà. Scoprendo che egli è il solo a poter rispondere, il soggetto scopre la sua unicità, e così la sua libertà.
L’etica di Levinas riposa sulla tesi della radicale passività soggettiva. Il soggetto è colpito da un’ingiunzione etica che gli viene dall’altro e che lo individua come soggetto responsabile, prima ancora che egli possa prendere posizione con un atto libero.
In che termini si gioca lo scarto tra la libertà del soggetto da un lato, e la responsabilità come passività assoluta? L’esigenza di Levinas è quella di investire il soggetto umano con la forza di un’interrogazione capace di scuoterlo e di metterlo in discussione.
La passività non è una semplice alternativa all’attività, essa non è passibile di scelta, ma si impone come relazione con l’appello etico che proviene dall’altro.
Il soggetto non prende solo coscienza della necessità di rispondere, come se si trattasse di un dovere, ma esso è costituito come responsabilità.
Ci si trova già esposti, già convocati ad essere responsabili, senza possibilità di fuga. La questione che viene da porsi è: tale passività comporta un determinismo che nega la dignità della libertà stessa? Il non potersi sottrarre alla responsabilità farebbe coincidere la modalità passiva della responsabilità con una forma di servitù’?
Per il soggetto non esiste possibilità di delegare, egli riacquista la propria identità nell’offrirsi ad altri, come una dimora che apre le proprie porte all’ospite sacro.
Il soggetto, per Levinas non è mai una vittima, quanto piuttosto è obbligato alla risposta davanti all’altro. È un processo di evasione da sé stessi, un esodo, in direzione dell’Altro.
Il primato dell’Altro non annulla la mia libertà.
La storia dell’umanità non è altro che uno scontro tra diverse libertà, che tentano di competere tra loro. Tante guerre sono nate proprio dall’aspirazione dell’uomo ad essere libero. Nella logica della centralità dell’io, la mia libertà non può che diventare soffocamento delle libertà altrui. Il valore primo non è la libertà, ma la responsabilità.
Solo se si pone al centro di tutto la responsabilità, si semina quel germe di umanità, da cui può nascere la pace. La libertà non è un valore acquisito, ma è un progetto verso cui tendere. Solo un soggetto libero può essere responsabile dell’Altro.
La socialità dell’uomo non si può ridurre in maniera superficiale al semplice fatto di condividere con gli altri un mondo fatto di relazioni e di oggetti, non si tratta semplicemente di coesistere, l’alterità si annuncia come un lasciarsi interpellare, come un essere invocato all’assunzione di una responsabilità indeclinabile.
L’incontro precede la conoscenza, si articola come non-indifferenza nei riguardi dell’Altro.
È la responsabilità che permette al soggetto di uscire da sé e di incontrare l’Altro, e incontrando l’Altro liberarsi.
L’Altro come costante dell’esperienza umana
Nello spazio vitale della libertà si fa luce una regione della libertà che ne rivela la dignità: nell’elezione al Bene, la libertà si dischiude nell’unicità della convocazione a cui è esposta.
La libertà consiste nel far ciò che nessuno altro all’infuori di me potrebbe fare.
Si scopre così, una libertà rimodulata nella sua configurazione, non più come semplice esercizio dei poteri dell’io, ma come libertà difficile in virtù del rapporto originario e anarchico con il Bene e la sua ardua esigenza di responsività.
Quel Bene che Levinas ricerca non è la negazione del male, ma il suo superamento. L’imperativo del Bene non è da intendere come pura mortificazione della libertà.
Pur nell’esteriorità del Bene, accade la possibilità del male: l’io non è necessariamente all’altezza di questa responsabilità. Il male è possibile o come rifiuto di questa responsabilità pre-originaria o come il fatto di non prestare attenzione allo sguardo indigente dell’Altro. Il male non si oppone al Bene come al suo contrario, ma è piuttosto l’incapacità di essere all’altezza della responsabilità.
Nell’uomo c’è la possibilità del male, mentre andare verso l’Altro è l’apertura all’umano.
Il comandamento proviene da Altri e l’obbedienza precede l’ascolto del comandamento, ma l’obbligazione che precede ogni ascolto del comandamento non si rovescia in termini di negazione della libertà, in quanto non comporta una dinamica di sottomissione e assoggettamento dell’io all’altro. La legge eteronoma, proveniente da altri, mira a spezzare l’inchiodamento del soggetto al proprio sé, concretizzandosi in un’apertura salvifica, capace di introdurre l’umano nell’essere.
La libertà difficile è una libertà affrancata dal peso dell’arbitrario e orientata da un’eteronomia esigente. La dialettica tra libertà e responsabilità trova nella tradizione del pensiero ebraico una segreta fonte di ispirazione. L’evento della rivelazione, infatti, nella tradizione ebraico-biblica, non si declina in termini di disvelamento, ma in termini di trans-discendenza. Il Dio biblico incontra l’uomo personificandosi nella storia, promuovendo una relazione di assoluta prossimità con lui. Dio si rivela non come colui che è onnipotente, ma come colui che discende, mostrando una radicale non-indifferenza verso la miseria del suo popolo ridotto in schiavitù. La rivelazione è attesa di una risposta, è riconoscimento come amore.
Per diversi studiosi, il pensiero di Levinas sull’Altro costituisce uno dei fondamenti teorici del multiculturalismo contemporaneo e suggerisce una visione nuova e diversa dei rapporti tra gli individui e fra le culture. In quanto rapporti fra diversi, come tali vanno riconosciuti e valorizzati. Solo attraverso questo riconoscimento è possibile attivare una comunicazione autentica tra le culture, senza affermazioni egemoniche dell’una sull’altra. Attraverso questa prospettiva è possibile guardare in modo nuovo ai problemi attuali dei rapporti tra le culture.
La nostra società multiculturale non sembra confermare la necessità dell’incontro.
Il nostro tempo non sembra sia un tempo del dialogo, dell’ascolto e della comprensione.
Il venir meno di un’autentica alterità è forse la caratteristica peculiare dell’uomo post-moderno e del tempo attuale; è necessario quindi maturare una maggior consapevolezza per un’etica della relazione realmente umana.
Costruire la relazione è un obiettivo di primaria importanza in quanto significa costruire un rapporto di reciprocità, un legame tra due persone che si accolgono; accogliere è lasciare spazio all’altro, gettare un ponte per favorire la costruzione dell’identità. L’identità nasce da un rapporto dell’individuo con la sua soggettività e con gli altri. Non si costruisce soltanto intorno alla domanda: chi sono io? Ma anche intorno alla domanda: chi sono io in rapporto agli altri? E chi sono gli altri in rapporto a me? Gli altri, con le loro valutazioni, conferme e rifiuti, incidono in modo decisivo sulla costruzione dell’identità.
L’Altro è un’identità, un volto, è colui che mi rende unico, che dà significato alla mia presenza nel mondo, è una costante dell’esperienza umana. L’incontro con l’altro è sempre fecondo perché è un susseguirsi di interrogazioni, di conferme, ma anche di conoscenza. In un mondo multiculturale, diversità e identità hanno l’opportunità di venire in contatto e di confrontarsi. Gli uomini vivendo in una società dove i cambiamenti sono destabilizzanti necessitano di essere ri-educati.
Si avverte l’esigenza di tracciare un percorso di sensibilizzazione intorno alla questione dell’altro, contribuendo ad un cambiamento sul piano dell’incontro con l’altro, un arricchimento che sia emotivo, relazionale ed etico.
Per comprendere occorre mettersi in ascolto attento dell’altro, senza pregiudizi e senza presunzione, per scoprire che quel volto non è più sconosciuto, ma è il mio stesso volto e che le sue domande, le sue angosce si trovano anche in me e possono trovare risposta solo se collocati in una relazione feconda, tesa all’aiuto reciproco.
Ogni relazione autentica ha come caratteristiche principali il rispetto e la responsabilità.
Solo un atteggiamento di apertura, di prossimità, di accoglienza dell’Altro può generare il dialogo e stabilire una relazione tra persone che decidono di aprirsi alla diversità, per far spazio ad una nuova identità che va costruendosi con il confronto.
Nell’incontro con l’Altro, l’essere umano si nutre e arricchisce la propria interiorità.
Spesso il termine alterità fa paura, disorienta; tuttavia, è necessario riflettere sul significato che hanno i rapporti all’interno della nostra vita, con la consapevolezza che, per quanto la modernità tende ad esaltare il mito dell’indipendenza e dell’autosufficienza, nessuno può fare a meno dell’Altro.
Ogni civiltà umana è costituita da una rete di relazioni che accompagnano l’essere umano nel suo percorso di crescita.
Non ci può essere umanità senza alterità: attraverso l’altro riconosco la mia stessa umanità.
L’ Altro è una preziosa opportunità. Compito dell’educazione è quello di dotare le persone dei valori con i quali affrontare queste opportunità.
Bibliografia:
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Buber M., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo Edizioni, 2011.
Curi U., Straniero, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010.
Lèvinas E., Il Pensiero dell’altro, Lavoro, Roma, 1999.
Lèvinas E., Totalità e Infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaca Book, Milano 1996.
Lèvinas E., Il Tempo e l’Altro, a cura di F.P. Ciglia, Il Melangolo, 1997.
Lèvinas E. L’epifania del volto. Pazzini. 2016.
Hertz N., Il secolo della solitudine, Il Saggiatore, Milano, 2021.
Mura G., La provocazione etica di Emmanuel Levinas, Città Nuova, Roma, 1984.
Petrosino S., La verità nomade, Jaca Book, Milano, 1980.
Tabboni S., Lo straniero e l’altro, Liguori Editore 2006.
Tumminelli A., Martin Buber in principio la relazione, Pazzini Editore, 2023
21 settembre 2025 alle 12:19
Secondo Levinas, l’uomo non esiste da solo: l’incontro con l’Altro è condizione dell’essere. Ulisse simboleggia il ritorno al conosciuto e la chiusura in sé, mentre Abramo rappresenta l’apertura senza ritorno verso l’ignoto. Al centro c’è il volto dell’Altro, che con l’appello «Non uccidermi» trasforma la libertà in responsabilità. L’umanità non risiede nell’autosufficienza, ma nella responsabilità assunta verso l’altro.
È un testo meraviglioso di Emanuela Trotta, di grande valore per i tempi critici di oggi, dominati dal potere delle macchine e degli algoritmi.