Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Occidente senza pensiero. Un’esortazione a ripartire

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Nella sua recente opera “Occidente senza pensiero” Aldo Schiavone presenta la possibilità ed ancor più la necessità morale per l’Europa di essere protagonista di una rivoluzione globale. Proprio ora che, in una situazione mondiale incandescente, il Vecchio Continente è messo da parte come qualcosa di insignificante nelle questioni planetarie, l’Europa dovrebbe riflettere e rivitalizzare i valori che ha elaborato nei secoli, per difendere sé stessa e l’umanità tutta dalle attuali minacce.

La crisi dell’Occidente e dell’Europa in particolare è vista perlopiù nella sua componente endogena, probabilmente perché i valori teorizzati non sono stati messi in pratica con la necessaria radicalità. Le dichiarazioni solenni di libertà e di uguaglianza trovarono nella prassi, e talvolta anche nella teoria, innumerevoli eccezioni; ma dal Settecento alla seconda metà del Novecento, sia sul piano dell’elaborazione teorica ma anche nella realizzazione concreta, molti positivi eventi ebbero compimento e il continente ha goduto di un lungo periodo di prosperità e di pace. La libertà di espressione ha permesso nel cosiddetto Mondo libero un continuo confronto di idee, non lasciato alle sole élites.

Leggiamo a questo proposito: «Una volta c’erano tra noi i maestri. Non in un’età ormai lontana, ma appena qualche decennio fa, ancora nel tardo Novecento» (p. 16). Parigi era il centro attrattivo in cui si confrontavano pensatori di varia formazione, attenti ai segni dei cambiamenti in atto e uniti dalla finalità di una crescita umana universale. Altri centri, al di qua e aldilà delle Alpi, ma anche oltre la Manica e oltre l’Atlantico procedevano nella stessa strada. Ora siamo orfani e perlopiù per niente afflitti, lontani dal cogliere il vuoto che s’è prodotto e le conseguenze che può provocare. Ciò non significa che non vi siano attenti e perspicaci pensatori, ma sono piuttosto isolati fra di loro e non riescono a creare quel clima coinvolgente che invece potrebbe scaturire da un’azione d’insieme.

Viviamo in un periodo di grandi trasformazioni, possiamo chiamarla rivoluzione senza attribuirle un ordinale, perché ormai sono troppo numerose. Si tratta di un flusso ininterrotto a velocità crescente. Se le prime radicali trasformazioni riguardarono sostanzialmente l’Occidente la situazione attuale si può dire planetaria, essa coinvolge tutta la popolazione mondiale, ma non nella stessa categoria. Si sta sempre più consolidando un’élite tecnologico-finanziaria che agisce e una moltitudine povera e divisa in variegate situazioni che subisce.

Tornando all’Occidente, perché è questo il tema fondamentale del testo, la differenza sostanziale è data dal fatto che questa rivoluzione, a differenza di quanto era avvenuto prima, non è accompagnata dalla elaborazione di un pensiero adeguato dell’aspetto umano. Giova anche ricordare le significative differenze tra Europa e Occidente, si potrebbe dire che la prima è inclusa nell’insieme Occidente con una Russia difficilmente collocabile. Ma è proprio sull’Europa, matrice di quei valori che poi si sono diffusi Oltreoceano che Schiavone intende insistere. Valori che l’Europa ha coltivato e fatto fruttificare anche quando aveva già perso il primato politico e tecnologico.

La visione eurocentrica di Schiavone porta a dire che, se l’Europa ha dato il via ad un’idea di globalizzazione dal punto di vista materiale ora ha il difficile compito, come abbiamo già accennato: una sorta di obbligo morale, di democratizzare il mondo. Non si può certamente dire che è quello che sta facendo, ma è quello che deve assolutamente fare. Leggiamo nella terza di copertina: «Solo una rivoluzione intellettuale e morale potrà impedire all’Occidente di perdere sé stesso, ricongiungendolo invece alla parte migliore della sua storia». Personalmente questa affermazione mi riporta ad Emmanuel Mounier e alla sua Rivoluzione personalistica e comunitaria, del 1935 dove, all’inizio del paragrafo intitolato Per un nuovo Rinascimento, riporta un’affermazione di Charles Péguy: La rivoluzione o sarà morale o non sarà affatto. Un altro aspetto che si presta a considerare una certa comunanza di pensiero la vediamo quando Schiavone parla di punto d’incontro fra riflessione laica e tradizione religiosa «che potrebbe spingersi sino alla revisione del concetto cristiano di persona, per staccarlo dalla sovrapposizione a quello capitalistico-borghese di individuo,» (p.137). La visione di Mounier era ben chiara nella distinzione tra persona e individuo ma forse in seguito è stata ignorata a livello pratico ancor più che teorico.

Intanto la situazione non è per niente rassicurante e le degenerazioni che l’Occidente è chiamato a sanare nel mondo si manifestano anche al suo interno. Radicalismi, nazionalismi ed anche contrapposizioni prive di razionalità, espressione solo di un malessere profondo, caratterizzano il nostro mondo prossimo come quello un po’più lontano. Ora le nuove destre trovano molti consensi in gran parte dell’Occidente; identitarie, sovraniste, contrarie a quei vincoli internazionali frutto dei nostri costumi e della nostra cultura giuridica di cui dovremmo invece essere fieri. Sono portatrici di una politica di forza nell’economia, che sfocia talvolta anche in conflitti armati e in accordi basati sull’interesse di queste minoranze potenti, con qualche concessione alle masse ormai prive di un disegno che vada oltre un obiettivo materiale ristretto e immediato.

Il discorso che troviamo sul testo, spiegato nelle varie articolazioni con la compostezza di chi vuole chiarire fino in fondo la questione, lascia spazio ad un’ideale storico concreto di cambiamento positivo. Occidente senza pensiero, non è una constatazione di morte, ma parla piuttosto di uno stato di grave malessere dal quale non è impossibile guarire. È evidente a tutti che il mondo è cambiato e di conseguenza anche la posizione dell’Occidente; la tesi di Schiavone privilegia comunque i fattori endogeni. Leggiamo: «Ma il colpo non viene dalle armi o dalle idee di un avversario che lo fronteggi contendendogli il primato. Viene dall’interno; nasce dalle contraddizioni che non vediamo – o che vogliamo a tutti i costi dimenticare – del nostro passato, in America come in Europa» (p. 10).

Il rimedio deve passare dalla ricerca dell’origine della democrazia ed anche della ben più recente economia tecno-capitalistica. È noto che la prima forma di democrazia apparve circa duemilacinquecento anni or sono nelle libere città greche. Interessante l’uso della parola politeia usata da Aristotele nella Politica. «Nel suo lessico un’unica parola – politeia – designava infatti sia l’aspetto politico di una città – di una polis – qualunque esso fosse (noi diremmo la sua costituzione), sia la democrazia come specifico tipo di governo, nella modalità che il filosofo giudicava virtuosa e non degenerata: una sovrapposizione rivelatrice, che mostrava come la politica in quanto sfera particolare dell’agire sociale fosse stata individuata per la prima volta non altrimenti che sotto l’aspetto di politica democratica» (p. 92). Da ciò segue che un governo tirannico non si può dire politico; solo quando c’è libero confronto tra eguali c’è propriamente politica. Tutti i cittadini erano governanti e governati, giudicanti e giudicati.

La democrazia moderna è invece rappresentativa: i cittadini eleggono i propri rappresentanti e delegano così il loro potere politico. Nessuna creazione umana è perfetta ma il sistema liberale e democratico ha funzionato ed ha contribuito per tanto tempo allo sviluppo dell’Occidente. Ora invece i cittadini non si sentono più rappresentati adeguatamente dai loro rappresentanti, dai partiti, dai sindacati e dalle associazioni che costituivano dei corpi intermedi tra individuo e Stato.  

Il secondo punto riguarda l’economia tecno-capitalistica, che per l’autore sarebbe a livello globale «dal punto di vista della qualità complessiva delle esistenze dei singoli abitanti, incomparabilmente migliore di quello di qualunque età precedente» (p. 115). Questa ottimistica descrizione è riferita alle popolazioni di ampie zone dell’Asia e, in minore misura, dell’Africa. Una larga parte della popolazione dell’Occidente, operai e piccolo-borghesi, ha visto invece peggiorare la sua qualità di vita e la sua possibilità di incidere sull’andamento delle cose. La concentrazione di capitali ha reso insignificante quella che una volta si chiamava classe operaia. La risposta a questo stato di cose, come abbiamo già accennato, non è quella giusta, affidarsi a poteri forti, a radicalismi, e a chiusure identitarie porta talvolta qualche effimero effetto, utile nell’immediato più per chi aspira ad un consenso elettorale che per chi ne dovrebbe essere il naturale destinatario.

E allora che fare? Inutile sperare in una salvezza che arrivi da fuori, segni non se ne vedono. Schiavone pur non nascondendo i disastri e le atrocità compiute dall’Europa pensa comunque che proprio da essa possa derivare quel risveglio che dovrebbe benevolmente contagiare il mondo. Quello che si diceva dell’Italia nell’Ottocento ora vale per l’Europa. Non ha più il primato economico, politico e militare, la sua tecnologia, eccellente in vari settori, è comunque seconda rispetto ad altre potenze, il suo primato è, o potrebbe essere, quello morale e civile.

Il popolo educato ed educante deve sapersi organizzare per agire a livello istituzionale per rinnovare la democrazia per renderla efficace nell’era dell’economia tecno-capitalistica che stiamo vivendo. Ma le istituzioni non possono essere chiuse nei singoli Stati. Quando le varie entità statali e nazionali hanno collaborato tra di loro, o quantomeno accettato un’idea europea unificante nella quale si doveva discutere, sono seguiti anni di relativa pacificazione; ne sono esempio il Concerto Europeo, dopo il Congresso di Vienna o ancor più le varie forme di unione, prima economica poi anche politica, del secondo dopoguerra che ancora stiamo vivendo. L’Europa con i singoli popoli e territori che conservano orgogliosamente le loro peculiarità deve convivere con un’idea di forte unione per le questioni di politica internazionale e di strategie macroeconomiche.

L’autore quando parla di questa rivoluzione intellettuale e morale usa spesso il condizionale, ma aveva già avvertito che l’alternativa è «un rapido degrado di civiltà rispetto alle grandi conquiste della nostra storia, e in particolare della sua modernità» (p. 123.)

In un passo successivo, che è una sorta di conclusione ricca di ideali e di aspettative, leggiamo: «E la strada migliore sarebbe quella di un avvio più diffuso, radente la società civile, senza attendere che esso parta dai governi dei singoli Stati. Un percorso che potesse contare sull’intraprendenza e sulla fantasia di iniziative puntiformi, localizzate in diversi paesi e coordinate fra loro in modo leggero e flessibile, con il proposito di creare un fronte comune delle idee per l’unità del continente e per una globalizzazione democratica del pianeta» (p. 131).

ALDO SCHIAVONE, Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna 2025

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