Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Pensare il Diritto: tra filosofia e scienza giuridica

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Che cos’è il diritto? È una domanda apparentemente semplice, eppure radicalmente complessa. Dietro di essa si cela un intero orizzonte epistemologico e culturale che attraversa secoli di pensiero. Di fronte a questa domanda, la filosofia e la scienza del diritto offrono risposte diverse, mosse da posture cognitive e metodologiche profondamente distinte. Se la scienza giuridica analizza il diritto come fatto e fenomeno sociale, la filosofia del diritto si interroga sul suo senso, sulla sua giustizia, sulla sua necessità. Due approcci, due sguardi, un oggetto comune: il diritto come espressione ordinatrice della vita collettiva.

Per comprendere la diversità tra filosofia del diritto e scienza giuridica è indispensabile partire da una più generale distinzione tra filosofia e scienza. Come ha osservato Martin Heidegger, “la scienza calcola, la filosofia pensa”. La scienza moderna — in particolare quella di impianto sperimentale — osserva la realtà, la seziona, la descrive in base a parametri misurabili: estensione, movimento, funzione, struttura. Il suo sapere è empirico e descrittivo, orientato alla spiegazione causale e verificabile dei fenomeni.

La filosofia, al contrario, si muove in un territorio differente. Essa non si accontenta di dire come stanno le cose, ma chiede perché stanno in quel modo. Interroga i presupposti del conoscere, riflette sul senso dell’essere, problematizza ciò che la scienza assume come dato. Se la scienza indaga il reale nei suoi elementi, la filosofia cerca di comprendere il senso del tutto. Essa pensa l’insieme, e non solo le sue parti. In questo senso, la filosofia è sapere critico, radicale, fondativo: non pretende una totalità quantitativa, ma si pone nella prospettiva della totalità qualitativa.

Applicando questa distinzione all’ambito giuridico, si ottengono due approcci complementari ma differenti. La scienza del diritto si occupa di descrivere il diritto esistente, rilevando norme, strutture, istituzioni. Si tratta di un sapere a posteriori, che prende il diritto così come appare nell’esperienza giuridica quotidiana e ne codifica i contenuti in modo sistematico e ordinato. Essa risponde alla domanda kantiana quid iuris?, ossia “che cosa stabilisce il diritto positivo in un determinato contesto?” È il lavoro del dogmatico, del comparatista, del sociologo del diritto.

La filosofia del diritto, al contrario, si confronta con la domanda quid ius?: “che cos’è il diritto?”, o meglio, “perché esiste il diritto piuttosto che il suo contrario?” È una riflessione che si situa nel campo della filosofia pratica, e che assume il diritto come uno dei modi fondamentali con cui l’uomo struttura la propria convivenza, la propria libertà, la propria giustizia.

Possiamo articolare la filosofia del diritto in tre livelli:

  1. Fondazionale: è il piano delle condizioni di possibilità. La filosofia qui si interroga su ciò che rende pensabile il diritto in quanto tale: che cosa fonda l’idea stessa di ordine normativo? Perché abbiamo bisogno del diritto? Quali alternative potrebbero esistere? È il livello dell’ontologia del diritto, della sua necessità razionale o storica.
  2. Critico-valutativo: a questo livello, la filosofia del diritto analizza il diritto positivo esistente alla luce dei valori fondamentali dell’uomo e della convivenza. È il campo delle valutazioni di giustizia o ingiustizia, legittimità o illegittimità. Qui il diritto è giudicato, non solo osservato.
  3. Progettuale-normativo: infine, la filosofia del diritto si apre alla dimensione dell’utopia concreta, immaginando forme migliori di convivenza giuridica, correggendo il diritto esistente o progettandone uno alternativo. È lo spazio della filosofia “per” il diritto: non solo teoria, ma anche orientamento al divenire.

L’espressione “filosofia del diritto” può essere intesa in due modi grammaticalmente distinti ma concettualmente convergenti: come genitivo oggettivo e come genitivo soggettivo. Da un lato, la filosofia del diritto è la filosofia che si occupa del diritto come oggetto. Dall’altro, è anche la filosofia che si riconosce nel diritto, che ne vede riflessi valori, scelte, orientamenti fondamentali. In questa seconda accezione, il diritto non è solo oggetto di indagine filosofica, ma è già esso stesso carico di filosofia implicita, di un ethos normativo sedimentato.

Questo dualismo semantico apre alla possibilità di un’indagine stratificata: la filosofia può sia interrogare il diritto dall’esterno, sia riconoscerne la carica filosofica interna. Un codice civile, un’istituzione giuridica, una sentenza: ognuna di queste realtà giuridiche porta con sé una visione dell’uomo, della società, della giustizia. La filosofia del diritto, allora, non è solo riflessione sul diritto, ma anche svelamento della filosofia nel diritto.

Il diritto è, per sua natura, un fenomeno complesso e stratificato. È al tempo stesso norma, fatto sociale, istituzione, valore, linguaggio, potere, simbolismo. Ogni definizione parziale — sia essa naturalistica, positivistica, istituzionalistica, sociologica, ermeneutica — coglie un aspetto, ma rischia di perdere il quadro d’insieme. La filosofia del diritto ha il compito di restituire questa complessità, tenendo insieme i vari piani.

Un esempio emblematico è il rapporto tra diritto e ordine sociale. Ogni società ha bisogno di un ordine: non esiste convivenza stabile senza un sistema di regole vincolanti. Ma le modalità con cui si persegue questo ordine sono molteplici: dalla morale alla religione, dal costume alla convenzione, dall’etica al diritto. Il diritto, in questo ventaglio, rappresenta il cerchio più interno e vincolante, dotato della forza per garantire il rispetto delle regole mediante la sanzione.

Nella modernità giuridica, in particolare con il trionfo del giuspositivismo, si è assistito a una progressiva riduzione del diritto al solo piano normativo-formale. Il diritto è diventato un sistema chiuso, autonomo, autosufficiente. Ma in questo processo si è smarrito il legame con la dimensione etica, politica, filosofica dell’esperienza giuridica. Il diritto è stato trattato come un puro dato, anziché come una scelta storica, culturale, antropologica.

La filosofia del diritto ha il compito di contrastare questa riduzione, restituendo alla giuridicità la sua tensione originaria: quella tra il dato e il giusto, tra il reale e il possibile, tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Essa esercita una funzione critica e creativa, indispensabile per ogni autentico progresso del pensiero giuridico.

In un’epoca segnata dalla frammentazione del sapere e dalla crescente specializzazione, la filosofia del diritto rivendica il primato dell’unità e del senso. Essa non si oppone alla scienza del diritto, ma ne costituisce il necessario complemento. Se la scienza giuridica consente di conoscere il diritto che è, la filosofia del diritto ci permette di pensare il diritto che potrebbe o dovrebbe essere.

In un tempo in cui il diritto rischia di farsi tecnocrazia, algoritmo, strumento neutro di governo, la filosofia del diritto è chiamata più che mai a vigilare, a porre domande scomode, a immaginare alternative. È un pensiero che non calcola, ma pensa; che non si accontenta di constatare, ma vuole comprendere. Ed è solo comprendendo il senso del diritto che possiamo sperare di renderlo veramente giusto.

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  1. È possibile inviare i propri contributi? Grazie mille

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