Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Entropia e mimési: appunti da un viaggio di conoscenza e riconoscenza

1 Commento

“Parlando in generale, le ho provate tutte,

Le strade liete che ti portan per il mondo.

Parlando in generale, le ho trovate tutte buone

Per quelli che non sanno usare un letto troppo a lungo,

Ma devon andar via, come ho fatto anch’io,

Ad osservar fino alla morte tutto quanto.”

Sestina del Magnifico Vagabondo

Ci siamo spesso sorpresi a chiederci: perché tanta curiosità?

Abbiamo allora intrapreso un viaggio in cerca di risposte, per accorgerci, alla fine, che eravamo in cammino da sempre e che il sentiero non può avere una direzione definitiva. Soprattutto però, abbiamo imparato una cosa che ci rende tollerabile la fatica: capire ci migliora!1

Che fortuna aver potuto affrontare con spensieratezza “le strade liete che portan per il mondo…”

Il peso esiguo dei nostri zaini, come spesso accade quando sono i principianti a partire, ci ha consentito spostamenti spericolati. Sprovvisti di guide e manuali poi, la nostra bussola è diventata la realtà, i suoi ordini e disordini. E improvvisamente: incontri, incontri e ancora incontri; impossibile, a quel punto, non farsi ispirare da “magnifici vagabondi” e cercatori illuminati.2

Mentre le domande si moltiplicavano, i contorni dell’oggetto sotto osservazione andavano precisandosi: non è certo possibile imputare la crescente inafferrabile razionalità del quotidiano a meccanismi naturali che altro non fanno se non rispettare la neutra costanza delle regole da cui sono governati; era cioè inutile interrogarsi sulle patologie che avvelenano le connessioni tra natura e uomo alla ricerca di risposte plurali e condivise, una volta consapevoli del rischio, questa volta individuale, dell’indifferenza.

Stupore! Stavamo indagando su noi stessi. I viandanti incontrati lungo il cammino poi, suggerivano accortezza: la realtà è costruzione sociale.3

Messaggio ricevuto: avremmo fatto del nostro meglio pur di non dare nulla per scontato. Un principio di metodo questo, che ci ha spinti a inseguire gli indizi fino alla notte dei tempi, dove “non sembra essere mai intervenuta una reale distinzione tra l’individuo che agisce e il mondo circostanze, e dove chi agisce tutto sa, percepisce e sente sulla propria pelle, prima ancora che questo avvenga.”4

Eravamo rimasti impressionati dalla lucidità delle analisi fatte da due visitatori curiosi di quel passato remoto. Uno di loro – il più anziano – ci aveva raccontato che il mondo sensibile sperimentato dai nostri antenati era un ambiente ricco di senso e che la narrazione dei fatti, all’interno di quelle comunità primordiali, risultava unanimemente condivisa. La coscienza collettiva ammantava totalmente la coscienza individuale e la solidarietà che ne derivava era un autentico collante sociale automatico (meccanico, aveva detto). Poi – aveva chiosato l’altro – improvvisa, l’ennesima svolta: direzione “Secolarizzazione”. Le visioni del mondo da sempre accettate da tutti, avrebbero subito le prime lacerazioni sotto gli strattoni assestati dalla divisione del lavoro, per sfilacciarsi successivamente sotto quelli inferti dalla specializzazione che pregiudicherà irreversibilmente la tenuta del tessuto sociale.5

Oggi, possiamo sperimentare qualcosa del genere anche empiricamente: in presenza di distanze fisiche che si accorciano, sono le distanze spirituali a deteriorarsi.6

Ripiombati ai giorni nostri, dove la realtà appare sempre più spesso irriconoscibile, a volte fino a toglierci il respiro, non abbiamo potuto fare a meno di chiederci: come evitare di ansimare, allora?

La domanda, probabilmente più istintiva che analitica (è il candore dei principianti!), ha avuto però il pregio di sensibilizzarci ad alcune impronte che ci avrebbero condotto a nuovi mirabolanti incontri: stavamo infatti per fare un salto nel bizzarro mondo delle “eterne ghirlande brillanti”.7

La nostra curiosità si è destata di nuovo ascoltando queste parole: “si inseriscano più menti nel sistema e si dia al loro lavoro una traccia più lunga e più durevole – pubblicando le loro idee (…) o fondando centri di ricerca che esplorino quelle idee – e in breve il sistema raggiungerà una fase di transizione: intuizioni isolate e ossessioni private si uniranno in un nuovo modo di guardare al mondo, un modo condiviso da migliaia di individui.”8

In quante intuizioni isolate e ossessioni private stavamo per imbatterci! E per mettere insieme!!

Guardare al mondo in modo diverso è possibile, se solo si resiste all’illusione semplificatrice della logica causa-effetto.

Dove nessuna trascendenza è più in grado di domare il caos e dispensare sollievo, nelle relazioni emerge la responsabilità de visu: per essere all’altezza di uno scenario mutato, il singolo deve scoprire una nuova vocazione. Ma questa rivelazione non può che essere l’esito di una nuova riflessione.

Dava l’impressione di una soluzione consequenziale, lineare… Sospetta, quindi! Non bisognava illudersi. Bisognava invece superare l’esame dell’accortezza…

Effettivamente, non si possono ridurre i fenomeni sociali a fenomeni biologici: cultura e civiltà scaturiscono dal comportamento di individualità biologiche, entrambe generate da soggetti interagenti all’interno di determinati contesti; mai sarebbero potute scaturire da singoli individui, e quindi ridotte a semplici meccanismi biologici.

Un bel rompicapo, queste oscillazioni tra il personale e il plurale, l’intimo e il manifesto, il quantitativo e il qualitativo!

Il “tutto” sembrava proprio mostrare specificità e proprietà imprevedibili prima del loro emergere.

Meraviglia: è la prima lezione della logica circolare!

Il “tutto” esibisce caratteristiche che rappresentano un successivo stadio evolutivo non diagnosticabile dal comportamento delle “parti” di livello inferiore che lo compongono. Ciò che conta davvero è l’incessante lavorio di tessitura tramato e ordito dalle connessioni interne al sistema intrecciate a quelle che si propagano verso l’esterno e che da lì fanno ritorno.

È a questo punto del cammino che ci è balenata l’idea: e se facessimo delle relazioni umane (non del singolo individuo, quindi) il vero oggetto di studio per conoscerci un po’ di più? Potrebbero soccorrerci le analisi sulla mimesi, il desiderio ricalcato su un desiderio altrui dalla nostra natura imitativa.9

Prendere in considerazione l’influenza del modello nel formarsi del desiderio, aiuta, eccome! Porta diretti alla logica circolare. Con conseguenze interessanti! Sì, perché focalizzare l’osservazione sul soggetto in azione confortati dalla perspicacia propria dello sguardo della complessità, fa scorgere, dietro l’ombra di ogni singolo, il riflesso di una natura complementare, quella di individuo-in-relazione. Non solo: puntella scientificamente il discorso sulla condizione umana universale, quella di reciproca dipendenza.

Ma come coniugare la nostra indubbia libertà con il determinismo che ci circonda e, a questo punto, ci abita? Scoprire che funzioniamo per imitazione, è sicuramente sconfortante!

Eravamo già impensieriti dalle parole raccolte in un precedente viaggio. Queste: non esistono oggetti desiderabili in sé, altrimenti non si spiegherebbero le differenze tra ciò che viene ritenuto desiderabile nelle varie culture, né soggetti sovrani nelle scelte, altrimenti non si spiegherebbe come mai così tanti esseri umani abbiano la spiccata tendenza a desiderare le medesime cose.10

Aggiungiamoci poi l’allerta suscitata da altri assordanti avvertimenti: la volubilità esistenziale della doppiezza d’animo, la schiavitù del risentimento, l’evanescenza della moda, i sintomatici “desideri-voglia”…11

Abbiamo ingaggiato una lotta estenuante prima di capitolare: ma che siamo mimetici, diventava sempre più difficilmente contestabile.

A volte, il desiderio è così inestricabilmente aggrappato a un’altra cosa che nessuna analisi sarebbe in grado di isolarlo, ma immancabilmente, nascosta dall’oggetto in primo piano, c’è la mimesi. Per rimediare e indovinarne comunque i contorni, bisogna che l’analisi rinunci al radicamento nel bisogno, Si fa allora una scoperta sorprendente: qualsiasi sia la tempesta, va ad annidarsi nel cuore; è refrattaria all’intelletto.

Adesso capitolavamo volentieri: tutto tornava!

Infatti: noi siamo, quindi pensiamo. Ovvero, pensiamo perché siamo.12

Ci stava per balenare un’altra idea: saremo ripartiti dal corpo.

Così, ci siamo messi sulle tracce della cellula, facendo nostri gli appunti di viaggio di un altro infaticabile esploratore.13

Tutti i segnali ci hanno condotto nuovamente alla “notte dei tempi”. Laggiù, la materia biologica stava per attivare quelle ghirlande brillanti che avrebbero fatto emergere il primo livello del vivente capace di esibire la qualità della referenza-a-sé.

Spettatori in prima fila, abbiamo osservato la Vita apprendere anche in assenza di un cervello e di un sistema nervoso, mentre, misurandosi con il mondo esterno in modo automatico (le regole del gioco sono neutrali, ricordate!) a partire da anelli generatori di intelligenza biologica in grado di tradurre le indicazioni sensoriali in istruzioni comportamentali via via sempre più consapevoli, scansava con l’apertura termodinamica tutti i pericoli dell’entropia liberata da quegli stessi sforzi furibondi.

Quella consapevolezza sempre più consapevole, un giorno, avrebbe operato un controllo volontario sulle emozioni, “il capolavoro della regolazione automatica dei processi vitali”.14

Un giorno, la gioia, il dolore e la paura, l’orgoglio, la vergogna e la compassione, cioè quei segnali chimici e neurali che non sono sotto uno stretto controllo cosciente, sarebbero diventati accessibili alla razionalità grazie all’introspezione.

In cima all’evoluzione c’erano i sentimenti coscienti.

Di nuovo: idea folgorante!

Non dovevamo far altro che considerare la mimesi tra quegli automatismi biologici preorganizzati in dota­zione ai nostri antenati.15

La natura ha avuto a disposizione milioni di anni per perfezionare i meccanismi spontanei dei processi vitali. La regolazione non automatica invece, presenta dei meccanismi non ancora perfettamente rodati. Anche la mimesi andava dunque ammaestrata?

Riconoscere che siamo esseri mimetici è stato catartico!

Il mimetismo del desiderio infantile è riconosciuto da tutti. Il desiderio adulto non è diverso in nulla, se non per il fatto che l’adulto il più delle volte si vergogna di ammettere la fonte dalla sua ispirazione. Ma che male c’è a farsi ispirare dagli altri… Siamo tutti in una posizione di debito per l’inesauribilità delle relazioni umane: accettiamolo! Non si scorge mai la presenza di un “terzo incomodo” che si frappone tra me e l’oggetto del desiderio perché i sentimenti provati sono interpretati assumendo il punto di vista di chi desidera. Chi è vittima della mimesi si convince facilmente che il proprio desiderio ha preceduto l’intervento del modello. Che ingiustizia, pensa: ma il modello non è un seccatore, un intruso, bensì l’ispiratore del desiderio del soggetto involontariamente sedotto; non può, suo malgrado, che frapporsi tra il soggetto e l’oggetto perché lì sin dall’inizio.

Per chissà quanto tempo i nostri antenati avevano sfogato la loro rabbia su vittime sacrificabili (perché diverse), nella speranza di un meccanico ritorno alla pace della loro comunità in crisi (lo avevano visto succedere altre volte in passato: bastava replicare minuziosamente quanto già fatto in quelle occasioni senza farsi ulteriori domande). Tutte le volte che una carestia, una siccità o una pandemia avevano acceso la miccia della violenza intestina, per spegnere l’escalation rabbiosa erano ricorsi al sacrificio di un capro espiatorio (innocente, ma questo lo ignoravano perché selezionato dall’automatismo mimetico dell’uno contro tutti) e al racconto del mito (che metteva tutti i carnefici d’accordo, motivo per cui nessuno dubitava della colpevolezza della vittima: un altro anello, per niente brillante però!)16

Oggi, di quell’era in cui ci si accontentò di “falsi «veri colpevoli»”, una volta spazzati via anche i condizionamenti dell’universo tradizionale che guidano e danno prospettiva, rimane solo la frustrazione di rivalità che si cristallizzano in rappresaglie incompiute per l’ovvia impossibilità di essere riportare alla ragione semplicemente affondando le mani nel sangue dell’«adorato nemico». Attenzione però! Da adesso e facilmente, quei rancori senza sfogo proveranno, autonomamente, ad affondare le loro radici nel “sottosuolo”: da lì, presenti, invadenti ma invisibili, potrebbero trasformarsi silenziosamente in sintomi psicopatologici.

Lo abbiamo annotato prima, ribadiamolo allora perché ci sembra un sapere di vitale importanza: le tempeste si annidano nel cuore; sono refrattarie all’intelletto.

È a questo punto che la mimesi rivelata diventa una grande opportunità di conoscenza. Una conoscenza “complessa”, che affianca a un sapere oggettivo, scientifico, un insegnamento soggettivo, rivolto a tutte le coscienze: attivo in quanto capace di interrogarci; da praticare, in quanto ci insegna un’altra forma dell’esistere.

L’uomo ha una perversa (mimetica?) tendenza a fare tutto quello che può fare, anche se non è giusto farlo. Ma grazie all’introspezione, la nostra innata tendenza al confronto può farci deviare da quella strada lastricata di infelicità che è la via maestra dell’omologazione, e finalmente guidarci per “le strade liete che ti portan per il mondo”, sempre desiderosi di incontri e mai sazi dell’Altro.17

Chi viaggia, impara a non temere l’Altro.

Chi viaggia confida nelle biforcazioni del cammino: se non capisce, capirà. Sì, perché dopo essere andati via si torna (“perché del viaggio fa parte anche il ritorno”, ci ricorda sempre un altro nostro compagno di viaggio) più ricchi, certo non di cose, ma più ricchi di diversità, quella diversità che dona un senso all’esser partiti.18

Se le emozioni, con la loro intrinseca razionalità biologica, si sono rivelate feconde per la nascita della coscienza, se quest’energia emozionale si è rivelata capace di opporsi all’entropia distruttrice di ordine, per quale motivo dovremmo rinunciare all’alleanza anche con la mimesi?

Alla fine, anche “le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo” diventano accessibili.

Ovviamente, è solo il determinismo, controllando la nostra azione, che può dar conto della nostra libertà, una volta che desideriamo fare qualcosa. Ma all’interno di quel che possiamo fare, siamo liberi di desiderare.

Dunque: un desiderio responsabilmente libero è possibile.

Dipende da noi: “il vincolo e la possibilità”, oltre a rendere possibili il cielo per pensare e la terra per agire, non fanno.19

Tutto il resto è libertà!

No! La mimesi non cancella l’individuo. Semplicemente, ci parla in modo schietto. Ci promette, soprattutto, che “non ci sentiremo mai soli finché il nostro interesse sarà concentrato sul benessere altrui.”20

Ora, per noi è arrivato il tempo del riposo.

Il nostro ultimo viaggio attraverso il regno della complessità, ci ha lasciato un po’ di stanchezza nei muscoli… ma anche tanta gratitudine nel cuore.

Il cielo, per pensare.

La terra, per agire.

Il mio prossimo per sempre!

È facile che ci ritroveremo, comunque, se solo saremo capaci tutti insieme di conservare e alimentare l’identità più autentica che può esprimere la natura umana, la stessa che spingeva il Magnifico Vagabondo ad andar via, per le strade liete del mondo… ad osservar tutto quanto…

Fino all’ultimo respiro…

1 Il tratto più recente del nostro peregrinare è segnato su questa mappa: A. Busetto – P. Busetto, Fisica, entropia, complessità e mimési. Quasi una filosofia per la vita, Padova, il Prato 2025.

2 Jack London, l’autore della sestina d’esordio, è solo il primo degli incontri per noi straordinari che popoleranno queste pagine.

3 Siamo necessariamente sintetici, consapevoli del peso specifico di un tema che, limitandoci all’occidente e ad alcuni suoi ambiti del sapere, portò Nietzsche alla formulazione dell’arte della diffidenza (e alla pazzia), le scienze sociali a dedicargli una disciplina ad hoc, la sociologia della conoscenza, e altri due viaggiatori, P. L. Berger e T. Luckmann, a scrivere La realtà come costruzione sociale (Bologna, il Mulino 1991).

4 Laurens van der Post, Il cuore del cacciatore, Milano, Adelphi 2019.

5 Émile Durkheim e René Girard ci hanno spiegato in modo convincente l’intero processo che porta all’individualismo patologico di una trascendenza deviata verso l’umano. Una trascendenza anche questa, che manca, ancora una volta, di forza emancipativa per l’incapacità di sopperire al bisogno di senso. Per un ripasso di tutto ciò, ci permettiamo di rinviare alla lettura di A. Busetto: Vendetta e pace. René Girard e l’or­dine sociale. Anatomia sintetica degli antagonismi che modellano la vita (Padova, il Prato 2017): un tratto del cammino “ad osservar tutto quanto” in direzione “Sociologia”, in cerca degli indizi utili alla sintesi delle tesi dei due esploratori francesi.

6 Nel tratto di strada appena segnalato qui sopra, alla tappa Contingenze, abbiamo proposto una soluzione che spieghi il paradosso di un solidarietà organica che non subentra a quella meccanica – come sarebbe invece lecito attendersi nel passaggio da comunità a società – facendo lavorare le novità concettuali girardiane di “mediazione interna” e “mediazione esterna” (le distanze prospettiche che accendono gli impulsi, le passioni, le ansie, le rinunce) assieme alle densità morale e materiale di matrice durkheimiana.

7 Gli “strani anelli” del libro di D.R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante (Milano, Adelphi 200510), grazie a un tocco di liricità, hanno agevolato il nostro ingresso nel mondo della complessità e della logica circolare.

8 Previsione elaborata da Steven Johnson a p. 56 del suo libro La nuova scienza dei sistemi emergenti (Garzanti, Milano 2004). Si tratta della logica dello sciame che diffonde intelligenza all’interno del sistema a partire dal basso.

9 Nella versione acquisitiva, quella conflittuale, declinata à la Girard. Dobbiamo al francese la rivalutazione di un’idea antica che però non era mai andata oltre la descrizione superficiale dei comportamenti socialmente replicati per imitazione. Riflettere sulle implicazioni del desiderio secondo l’altro, ha invece delle ricadute capitali sull’analisi delle relazioni umane. Due desideri che convergono sullo stesso oggetto non possono che ostacolarsi a vicenda, se il contesto è come quello attuale, sprovvisto della protezione di condizionamenti presupposti, uguali per tutti e quindi mai veramente umilianti. Dove vengono a mancare le distanze di sicurezza a garanzia di una franca lettura del contesto, è sempre possibile assistere alla metamorfosi del modello-ostacolo in nemico (per le spiegazioni fini, si possono sfogliare i già citati Vendetta e pace… e Fisica…)

10 Avevamo incrociato Giuseppe Fornari durante il viaggio verso “Sociologia”.

11 Aggiungiamoci cioè quanto diagnosticato da grandi guide come Kierkegaard, Nietzsche, Simmel, Bellet…

12 Le neuroscienze, nel loro procede, hanno capovolto il cogito cartesiano: “se non vi fosse stato corpo, non vi sarebbe stato cervello” (A.R. Damasio, L’errore di Cartesio, Milano, Adelphi 20058, pag. 142).

13 Siamo grati a Edgar Morin per aver mappato, su delle cartine da lui chiamate complessivamente “Il metodo”, le strade evolutive che si snodano a partire dal Big Bang (gratitudine anche all’editore Raffaello Cortina: le ha raccolte tutte in 6 volumi nella prima decade degli anni 2000). Questo lavoro certosino sarebbe risultato fondamentale per le nostre scorribande spazio-temporali: l’elenco delle stesse è lungo e perciò, per i più curiosi, segnaliamo che nella sua completezza è reperibile in Fisica… (cit.)

14 Ancora Damasio, Alla ricerca di Spinoza questa volta (Adelphi, Milano 2003, pag. 103).

15 Neuroni specchio? I neuroni che si attivano quando osserviamo un nostro simile compiere un particolare gesto e che si attiverebbero ugualmente nel momento in cui fossimo noi a compiere quella stessa azione, sembrano essere i maggiori indiziati almeno per una prima spiegazione fisiologica della nostra capacità di porci in relazione con gli altri.

16 Girard ha montato la teoria del capro espiatorio sulla teoria mimetica, svelando così molti enigmi legali alla nascita della cultura. La violenza e il sacro, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Il capro espiatorio, La pietra dello scandalo, La voce inascoltata della realtà sono solo i primi titoli che ci vengono in mente: questi cinque in particolare sono pubblicati da Adelphi.

17 “Credo che sentirsi superiori (…) sia la fonte primaria delle nostre distorsioni e la causa principale delle nostra sofferenza” ci ha confessato un altro magnifico vagabondo, Federico Faggin, il padre del microprocessore e di un’inedita fisica del mondo interiore (Irriducibile, Milano, Mondadori 2023, pag. 301).

18 Michel Onfray, Filosofia del viaggio, Milano, Ponte alle Grazie 20162.

19 Mauro Ceruti, Il vincolo e la possibilità, Feltrinelli, Milano 20005. Un classico della filosofia della scienza, ristampato nel 2009 da Raffaello Cortina Editore: non va persa traccia, delle rotte importanti!

20 Sempre Damasio, sempre Alla ricerca di Spinoza, ma a pag. 339, suggerisce che il contratto sociale sia l’estensione di un imperativo biologico individuale.

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