Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Esercizi spirituali per la sospensione del tempo

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Por este nombre se entiende todo modo de examinar la conciencia,
de meditar, de razonar, de contemplar; todo modo de preparar y disponer el alma,
para quitar todas las afecciones desordenadas (apegos, egoísmos, …)
con el fin de buscar y hallar la voluntad divina.
(Ignacio de Loyola, Ejercicios Espirituales)

Che si rifiuti qualunque soluzione venga proposta riguardo ai problemi della nostra comune esistenza implica il convenire sul fatto che i reali problemi non siano mai stati nemmeno lontanamente posti. Le ideologie politiche, filosofiche, religiose di ogni colore – e spessore – si nutrono di una fondamentale incomprensione della realtà. Giovani e anziani non s’avvicendano col passo delle generazioni: essi rimangono, piuttosto, fondamentalmente legati a una pratica assai antica, l’idolatria; essi ritagliano, nel discorso, idoli cui sacrificare, cui sacrificarsi. L’idolatria, in ogni epoca, è una commedia; la tragedia comincia solo quando i problemi siano stati effettivamente posti nella loro precisione: solo allora si scopre che, per tali problemi, non vi sono soluzioni – e la soluzione, paradossalmente, è proprio questa.

Scrivo queste righe mentre batto la penna sulle sbarre di una prigione abbastanza vasta da includere in essa l’universo intero; dichiararmi colpevole in principio non favorirà alcuno sconto, dacché la pena coincide con l’esistenza stessa ed essa, a quanto pare, va pagata fino all’ultimo giorno. Non vedo mano amica porgermi il calice di una cicuta che mi farebbe prigioniero politico e non ho intenzione di stilare né memorie, né diario affinché la mia esperienza sia successivamente ri-utilizzabile. Mi trovo qui, hanno detto, per aver revocato i limiti. La revoca dei limiti, improvvisa come il fulmine, è già il tragico – non la punizione dell’innocente, ma la punizione del colpevole è ciò che ci interessa più di ogni altra cosa, giacché, scontata la colpa di essere nati, dopo, nel corso della vita, non vi è forse più colpa alcuna; ed è questa la vera «banquerote de la morale qui maudit»…

Scrivere nasce senz’altro dal rifiuto di far tornare i conti; scrivere come? Marguerite Duras: «scrivere è tentar di sapere cosa si scriverebbe se si scrivesse. Lo sappiamo solo dopo. Prima, è la domanda più pericolosa che ci possiamo rivolgere. Ma è anche la più ricorrente». Una sola regola: non scrivere mai come se si fosse uomini liberi, scrivere sempre in catene – soprattutto quando non lo si è. Scrivere è infatti sempre consegnarsi alla colpevolezza di scrivere: rifiutare di essere innocenti e, con ciò, rimanere vittime.
Il privilegio del carnefice è nulla di fronte all’ambizione segreta della vittima: essere l’oggetto del desiderio più antico e oscuro, il sacrificio.
La tragedia nasce qui, nello spazio sospeso tra il rito e l’attesa, dove un silenzio sacro si fa parola impossibile da pronunciare, e ciò che non può essere detto si fa musica. Una musica che contiene, come un abisso, il dolore originario dell’essere.
In questo luogo tremendo, vittima e dio si confondono, fino a divenire un’unica ombra indistinta. L’animale offerto in sacrificio è il dio stesso che si insegue, si divora, si punisce. Il cacciatore diventa preda, il persecutore si ritrova inseguito. Non c’è più distinzione, solo il vertiginoso rovesciamento dei ruoli; eppure, la figura che più intensamente incarna questo nodo inestricabile non è un eroe tragico, ma un cavaliere perduto: lo scrittore è un Don Chisciotte, non un Dioniso. La sua triste figura attraversa il tempo come un emblema dello spirito che si nega per potersi immaginare. In lui carnefice e vittima non si riconoscono nei propri specifici ruoli, ma si annullano in un gesto di pura negazione, quando egli rinuncia al proprio io reale e lo sostituisce con il sogno, rispondendo con l’azione a vuoto – priva di scopi – a una finzione che non è solo racconto, ma destino umano (bovarismo).
Così, l’illusione diventa realtà, e la realtà — inevitabilmente — si dissolve in favola. In questo dissolversi, il dio e la vittima, il carnefice e l’innocente, la veglia e il sogno si inseguono e si confondono, come onde che non trovano mai riva: ciò che rimane è indicibile, la danza silenziosa di ciò che non può essere detto, ma solo offerto nel sacrificio della scrittura.

Ti porgevo queste righe a notte fonda, quando scrittura e torpore si contendono il corpo. Qualche istante dopo, ebbi la grazia di interrompere la veglia, ma uno strano sogno mi agitò il sonno: due maestosi leoni, regali, fieri della loro ferocia, tentavano, senza successo, di entrare all’interno di una grossa gabbia d’acciaio troppo piccola per contenerli. Nel tentativo di riuscire ad infilarsi all’interno, essi si ferivano e il loro sangue grondava sulle sbarre tingendole di un rosso rubino; sfiniti dal combattimento immaginario, infine i due ricadevano mansueti su sé stessi, mentre la gabbia rimaneva vuota e le sbarre continuavano a gocciolare sangue, riempiendo il pavimento. I leoni, ormai circondati da quelle pozze, cominciarono a leccarle avidamente e a ruotare per finire ognuno, specularmente, al posto dell’altro.

Il sogno mi lascia sgomento e mi trasmette una vaga sensazione d’insicurezza, intensificata dallo spazio ridotto cui sono costretto, specie se il cielo tarda a svuotarsi dalle nubi e a riacquistare il sereno. Ciò, però, fortifica lo spirito quand’esso è degradato dal gusto d’arrendersi al tempo che passa: sarebbe quanto di più inattuale tessere le lodi dell’insicurezza, proprio adesso che questo termine gode davvero di pessima fama; pare si possa ricondurre ogni scacco, ogni fallimento dell’identità personale relazionale all’insicurezza del sé all’interno dei confini del sociale o del mondo. Insicuro è colui la cui esistenza è posta in dubbio dalle circostanze, dal contingente: egli cerca d’affermare allora la propria esistenza, di darle un fondamento, talvolta a discapito dell’esistenza altrui. Fin qui, la dozzinale auto-coscienza del reale di una psicologia che ha assimilato l’economia come modello antropologico, di una politica riduzionista, di una morale del risentimento. Dobbiamo voltare le spalle al mondo se vogliamo conoscerlo al di là delle sue falsificazioni.
L’insicurezza, a dire il vero, prepara il terreno per la cura (Bekümmerung) e quando Heidegger s’attarda a commentare le lettere di Paolo dimostra che l’esperienza protocristiana possiede questa chiave: chara e thlipis si diffondono tra i cristiani di Tessalonica, gioia e afflizione, lietezza e angustia – contraddizione tra un già e un non-ancora. Paolo esorta i Tessalonicesi a rimanere vigili nell’attesa della Parousia, della Seconda Venuta, delle cose ultime: cosa si può fare di fronte alle «cose aventi un significato fondamentale» (Grundbedeutendheiten)? Anche a Tessalonica c’è chi cerca «pace e sicurezza», chi vuole dribblare l’angoscia, espellere l’inquietante; essi non si preoccupano, immersi nelle loro faccende quotidiane, di ciò che possiede un significato fondamentale: piuttosto, essi riempiono la loro vita dell’insignificante e innalzano quest’ultimo alla significazione maggiore; per loro, l’essere si presenta come qualcosa di compiuto, cui adeguarsi. La loro coscienza ha imparato a immunizzarsi rispetto agli choc e più niente può disturbare il loro monologo.
C’è poi, invece, l’insicurezza che si traduce nella vigilanza nei confronti dell’attesa del significativo – è esercizio di meraviglia e, insieme, d’orrore, per ciò che ci può cogliere quando meno lo si aspetta (aspettare e attendere hanno qui significati opposti). Qui incontriamo il nostro atteggiamento fondamentale: l’apertura negativa – la ferita – in noi del «non compimento dell’essere». Restiamo insicuri, a dispetto del mondo.

Sto divagando e mi sto perdendo, e so che non potrai far altro che rimproverarmi per questo. È solo mediante l’insicurezza che posso tentare di riappropriarmi di me, in extremis. La tua passione civile ti spingeva a scendere in piazza e gridare «il personale è politico» e altre simili sciocchezze; sai, ridevo di gusto – ma a distanza di tempo credo di doverti dare ragione: ti confesso, però, che questa è una delle ragioni per la quale ho voltato le spalle al personale.
(L’esperienza interiore, tradotta in termini pop: ho fatto una certa riunione above the Convenience Store…).
C’è uno scarto fra quello che siamo e quello che crediamo di essere, uno scarto impossibile da comporre; la maschera indossata fin dal primo giorno è un io-ombra, il doppelgänger con cui quasi coincidiamo: è esso ad aver preso il nostro posto nel mondo – perché il mondo, semplicemente, era il suo posto e non il nostro.
(Continuo a pensare al sogno dei leoni…).
Lo stesso vale per te, anche se non ci crederesti: conosco la tua vera natura e so che è natura di spettro, non certo d’«antico animale umano»…
Anche stavolta non ho potuto fare a meno di guardarti come se ti avessi visto per la prima volta – di guardarti svanire -, con gli stessi identici occhi tristi della prima volta in cui ti ho vista.

Il cantore si schiarì la voce e si preparò ad intonare il salmo responsoriale: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte».
L’assemblea rispose orgogliosamente, in coro: «Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita».
Poi, il solista riprese: «È come un albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene».
E l’assemblea, di nuovo: «Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita».
«Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde. Poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina».
Anche io recitai convintamente: «Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita».

Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, ma a quel tempo, ricordi, ogni frutto era acerbo, come forse anche noi eravamo allora. Ho scoperto che qualche giorno fa, puntualmente, è caduto il tuo compleanno.
Che la nascita sia, a conti fatti, la chance, non implica altro se non che da allora cominci la perdita della nascita stessa, la possibilità della perdita – e dunque il paradosso dell’improvvisa impossibilità del possibile, la volontà di potenza finalmente annichilita dalla volontà di chance.
L’anniversario – che rinnova la nascita nella forma della ricorrenza e la trattiene dal suo sfuggire – non sarebbe allora semplicemente ciò che scandisce il trascorrere del tempo e nemmeno il granello che fluisce nella clessidra a riprova del riempimento cui questa è destinata. Piuttosto, esso avrebbe il senso della correspondance con un cominciamento che, a ragione del suo ciclico ritornare, assumerebbe una volta in più l’aspetto dell’incompiuto, del non finito. L’anniversario rinnova la chance della nascita poiché pone il cominciamento come sempre a venire pur nella perdita che, sola, lo rende possibile.
La nascita, allora, sebbene già avvenuta, di nuovo avverrà ed è dolce confermare, ad ogni anniversario, l’impossibile: vorremmo rinascere ancora una volta

Il tuo desiderio più profondo, all’epoca, era fermare il tempo, rinascere o essermi amica? Non so; l’amicizia, del resto, non è rapporto che possa avere logica, o ridurre gli enti a qualche equivalenza – il che favorirebbe una conoscenza…; qui, ogni reciprocità è dapprincipio esclusa – l’amicizia si rivelerebbe nel kairos cui è estranea la durata, dove vita e morte si sfiorano fino a coincidere, benché essa sia la de-coincidenza dell’Essere, lo scarto dell’essere con sé stesso, ovvero: l’esistenza. Perciò, come ha insegnato Maurice Blanchot, dell’amico, dell’amica, non si può parlare. Solo la fine manifesta la presenza in cui l’Amico era velato – colui che mi accompagna, nella nascita, nella morte -, solo quando tutto è perduto – nascita, morte, entrambe perdite… – si può ascoltare la voce dell’Amico, la cui parola suona come: Die Welt is fort, ich muß dich tragen. L’amicizia sarebbe allora la forma etica di mantenimento dell’umano alla luce di un mondo in rovina: il mondo è perduto, io devo portarti. Umana, in questo senso, è solo la de-coincidenza con la totalità ed esser-uomo vorrebbe dire, essenzialmente, non essere tutto – o, meglio, essere non-tutto, giacché amicizia non significa solo mantenimento – responsabilità rivolta all’hic et nunc -, ma anche metamorfosi – responsabilità per l’Altro nella dimensione dell’ad-venire, del Viens.
(Alcune questioni si pongono di fronte a questo Viens. A chi è rivolto? Chi è invocato? Ma soprattutto: chi rivolge? Chi invoca? Questo Viens timido, sibilato, pronunciato senza intenzione – parola disarticolata dal mezzo che la emette, leggera vibrazione… – questo Viens impaurito, silenzioso, occluso, si apre, nell’istante proprio della sua stessa ingiunzione, all’atto stesso del venire, di ciò che da/per sempre non smette di venire, continua a venire, eppure non viene mai definitivamente. Viene, ma non arriva, non giunge, non raggiunge. Viens è il grido muto d’una disperata attesa di ni-ente – nessun ente potrebbe soddisfare tale attesa, giacché non c’è nessuno che debba effettivamente venire, nessuno che debba essere davvero atteso, fosse anche il Messia, fosse anche l’Amico. Resta soltanto il movimento del Viens che non smette di venire e rispetto al quale non si può assumere che una certa responsabilità, una certa capacità responsiva. Si sta all’erta, rispetto al Viens, poiché il Viens non è altro che la formula del vero dono di sé a un incessante divenire nell’adesso. Allora, adesso, Viens.)
Io devo portarti non significherebbe assumere il Tu nell’Io che mantiene – ciò esclude qualsiasi forma d’eroismo – ma lasciar entrare il Tu in ciò che, dell’Io, spinge all’infuori dell’Io, in uno spazio comune, ma negativo: privo di presupposti, di fondamenti (d’altronde, il mondo è perduto…).
Quando ciò accade avviene l’incontro e due esseri, spogliati di tutto, continuano a vivere in virtù dell’impossibilità stessa di continuare a vivere: allora io ti porto, in me vivente, affinché tu viva; tu mi porti, in te vivente, affinché io viva.

Fino all’età di sedici anni non ho mai sognato o, meglio, ho sognato senza mai ricordare ciò di cui avevo sognato – come se la mia intera esperienza onirica si svolgesse sotto il segno della rimozione. Ho sempre immaginato, ascoltando i racconti dei sogni altrui oppure pensando a Giuseppe che interpreta i sogni del faraone, al sogno di Giacobbe mentre fugge, inseguito da Esaù, al sogno di Salomone in cui egli incontra Dio – ho sempre immaginato come sarebbe stato sognare. Quando cominciai a sognare, però, rimasi molto deluso; sognavo eventi quotidiani, banali, sognavo le stesse persone incontrate nella veglia con qualche piccolissima differenza.
Da qualche notte, però, solo il sogno dei leoni infesta la mia psiche: i due leoni che cercano furiosamente di entrare nella gabbia e si dissanguano in questo incomprensibile tentativo. Anche stavolta, ho sognato i leoni: come al solito, graffiavano e mordevano le sbarre d’acciaio, senza scalfirle, né distruggerle. Infine, ricadevano al tappeto esausti, cominciando a leccare il terreno sul quale era riverso il loro sangue; poi, ancora una volta, si scambiavano di posto.
Qualcosa, però, cambiò all’improvviso, come se l’inquadratura si allargasse e permettesse di vedere ciò che prima, pur essendo sempre presente, era celato alla vista dello spettatore: c’erano delle persone ad assistere allo scellerato tentativo dei leoni di penetrare nella gabbia; essi esultavano, ridendo agitatamente, quando i leoni non portavano a termine la loro opera. Alcuni di loro, invece, apparivano disperati dalla stessa evenienza. Una figura, nella folla, catturò la mia attenzione, perché piangeva disperatamente. Ai lati delle gabbie, due guardie supervisionavano il corretto svolgimento della prova; quelle stesse guardie presero l’uomo che piangeva e lo trascinarono al centro della stanza, in prossimità dei leoni. Una delle guardie accarezzò il leone di sinistra e questo mutò forma, si trasformò all’istante: il leone diventò te.  La guardia disse: «Va’, sei libera adesso». La figura in tutto e per tutto simile a te si avvicinò verso il resto della folla ed andò a sedersi tra il pubblico. Al centro della stanza, c’erano ancora due leoni: l’uomo che piangeva era diventato il leone di sinistra, il leone che prima dovevi essere tu.

Il sogno non è la continuazione della veglia con altri mezzi; il sogno è, piuttosto, l’il y a della veglia, la retrocessione dell’esistente nell’esistenza anonima – poiché il sogno appare sempre personale, ma di un personale altro rispetto alla veglia, esso raccorda il punto in cui il personale sprofonda nell’impersonale e vi s’inabissa, per riemergere solo a fatica, inevitabilmente trasformato, trasfigurato. Dell’il y a si può dire l’orrore che se ne prova – Lévinas -, ma anche l’estasi, la gioia – Bataille; poiché il sogno risponde a una logica tutt’affatto differente rispetto alla veglia, esso non può contrapporre estasi e orrore: deve farne due momenti di un unico movimento che coincide con la vita – e fa divenire la vita il tra dell’estasi e dell’orrore.

Da questo il y a ti dico: amicizia e sogno sono due modalità di sospensione del tempo. Se vorrai continuare a leggermi te ne elencherò altre, così potrai costruirne un metodo: esso sarà più utile a te che a me, senz’altro.

Innanzitutto, la festa. Ricordo nitidamente quando partecipai alla Vara di Palmi; la Vara non cammina, non avanza: scivola, come un pensiero che sfugge alla presa. Tutto si ferma intorno, ma in quell’arresto non c’è quiete, c’è vertigine.
È un equilibrio impossibile: masse di corpi che sorreggono un’idea, pesi enormi tenuti su da fili sottili, uomini chini sotto qualcosa che li trascende. La città si fa teatro, ma nessuno recita: si diventa parte di un meccanismo sacro, dove il legno, la corda, la carne e il fiato si confondono e si annullano. La bambina in alto — angelo umano, immobile, eterea, eterna — è come un lampo fissato nel cielo, un istante che rifiuta di passare. Il sudore che cola – è pur sempre agosto – è rugiada in un tempo che non conosce alba, non conosce tramonto. La Vara non sale e non scende; essa resta, e nel suo restare c’è tutto l’enigma della vita che pesa, che soffoca, che chiama in alto senza mai permettere di volare. In quel silenzio che si fa rumore di tamburi e passi, vociare scomposto, esistenza impossibile, si comprende che il miracolo non è l’ascesa: è la sospensione.

Dell’eros ti ho già parlato a lungo; aggiungerò solo questo: quel che impedisce l’indagine intorno a un’esperienza erotica contemporanea, oltre alla politicizzazione della sessualità – con conseguente scadimento dell’erotico nel mero sessuale – è la credenza illusoria dell’immediatezza, della semplicità, della naturalezza attorno all’erotismo. Niente di più errato: l’erotismo è, effettivamente, l’incomprensibile, l’enigmatico, il nascosto.
Leggendo i due Quaderni Neri di Bousquet, mi accorgo che solo la perversione è all’altezza delle tenebre del desiderio quand’esse avvolgono il soggetto problematico che nell’erotismo si disperde, gode nella e della privazione, sperimenta carnalmente la volontà impotente di sottrarsi alla presenza piena. In verità, l’erotismo estremizza lo schema del desiderio – l’energia e la sua dispersione –, rendendo quest’ultimo totalmente ineffettuale qualora esso sconfessasse l’angoscia con la quale il desiderio credette di chiudere i conti. Niente di più penoso!
I profeti dei piaceri ignorano che ciò che scaturisce dalla passione maggiore è integralmente l’affezione della sofferenza; senza quest’ultima, l’erotismo rinnegherebbe sé stesso e si ridurrebbe a un insieme di pratiche determinate dal culturale, dal sociale, etc., come di fatti oggi accade. L’erotismo perderebbe la sua significazione profonda: l’attrazione del vuoto, del salto nel buio.
Il desiderio, il piacere? Ma no!, ancora angoscia, ancora angoscia perfavore
Le tue gambe divaricate, offerta d’aletheia ignota, alea impossibile – ode alla tentazione, invitation au voyage, partecipazione al gioco del limite e della trasgressione: scoperta di uno stato essenziale – essenzialmente perduto.

Cos’altro? Certo, il mare. Il mare è per noi l’equivalente della gioia; nessuno resiste alla tentazione del caldo alla pelle esposta allo sguardo del cielo, nessuno resiste alla folgore dei tramonti infuocati, forieri d’illusioni estive. I pescatori sulle spiagge alle prime ore del giorno lo ripetevano spesso: Dio non ha creato niente per l’uomo, Egli ha creato tutto per sé, ad eccezione del mare; il mare è il dono che Dio ha fatto agli uomini, perché avessero il presentimento della grandezza di cui è fatto il divino. Dio ha creato il mare perché l’uomo avesse contezza dell’altra riva e potesse ambire a raggiungerla.
Se ho percepito d’entrare in contatto con Dio, ho avvertito distintamente il suono delle onde dolcemente infrante sugli scogli, il loro sciabordio mescolato al garrito dei gabbiani, rumore bianco, rumore di luce. Il mare è per noi anche un invito alla perdizione; quante navi colate a picco per essersi incantati a udire le sirene!  In Calabria – questo lembo di terra in cui vigono ancora i costumi del mito -, io e te giocavamo a fissare il sole il più a lungo possibile, fino a procurarci una fotocheratite o, nel migliore dei casi, rimanendo alle prese con il fosfene per l’intera durata del giorno.
Le nostre retine sovraccariche dall’intensità della luce ci restituivano una realtà sfocata; presto ogni cosa si mostrava a noi sotto la lente alterata della metamorfopsia e forse fu da lì che tutto cominciò ad apparirmi deforme. Sebbene riuscissi a sostenere la visione più a lungo di te, non eri mai dispiaciuta della tua sconfitta – come sapessi già, in cuor tuo, che da lì a poco sarebbe stato il sole a guardare fissamente dentro di te.

Devo aggiungere qualcosa sull’ebbrezza. Niente è all’altezza delle mie emozioni, non l’utopia, non il sogno: quando sconvolge, la dolcezza improvvisa è un supplizio in sedicesimo, così come lo sgomento è, in certo senso, una commozione minore. Lacerato, l’essere ci appare d’improvviso nella forma di un volto con gli occhi cavi e vuoti – è un’illusione: l’essere è il bianco degli occhi nel momento dell’estasi, della lascivia, della complicità…
Se l’ipse non avesse la percezione di compiere il male a ogni suo respiro a poco varrebbe proseguire nelle funzioni vitali: triste è lo schema del crimine – la trasgressione è già compresa nella legge, dacché la violazione di un interdetto esige la punizione. Trasgredire la trasgressione è solo un calembour.
Se solo l’ipse, veramente, fosse…
La gioia è l’acquisizione di un manque come incompiuto; è provare l’incompiutezza, e darle spazio, e approvarla, e affermarla… – d’altronde, perdersi è una vocazione, il labirinto è un gioco e l’esistenza solo lo scherzo di un Dio che si nasconde…
La Chiesa dei Girolamini, maestosa e avvolgente, rompeva il principium individuationis, ero tutt’uno con la città, complice l’alcol, festeggiavamo la laurea di C., un giorno di febbraio, ero felice…il tempo perduto rigenera il tempo che rimane e non c’erano differenze sostanziali, nessuna barriera, fra me e il resto del mondo e, dunque, nemmeno fra me e te: come nella canzone, infine, tu a me uguale – e restiamo, così, insicuri, confusi, perduti.

Ho dato istruzioni affinché queste carte vengano distrutte o bruciate. La scrittura non può più consolarmi, se non per un suo aspetto secondario: la certezza che, da qualche altrove, tu possa leggere. L’unica cosa che possa restituirmi la forza per concludere è la possibilità irreale di un contatto psichico immediato, di modo che tu possa leggere ciò che scrivo nell’istante stesso in cui lo scrivo, o come se tu potessi scrivere esattamente ciò che penso nell’istante in cui penso di volerlo scrivere. Ciò dimostra, però, senza tema di smentita che non sei qui in questo momento. Anche questo, stranamente, si configura come una sospensione del tempo.
Ciò che è rimasto è troppo poco – troppo poco da attendersi da tale miseria quotidiana, troppo poco – cosa ti dirò io la prossima volta che ti vedrò? Pas de nouvelles, bonnes nouvelles.
Ti dirò: non ho niente di significativo di comunicarti, non riesco più a far significare le parole che dico – miracolo raro che vive della necessità dell’orecchio in cui atterrare al termine del suo volo mediocre; se le parole significano a prescindere da colui che le pronuncia – se conservano un senso che noi non possiamo imporgli -, allora oggi le mie parole spingono irresistibilmente verso la perpetuazione di tale silenzio, qualunque sia la sua destinazione finale. Di tale silenzio ti omaggio e dell’impossibilità per me divenuta reale di rimanere in questa stanza da solo, senza alcun sottofondo musicale, film, talk-show, podcast, senza voci che provengano dalla strada, senza che vi sia ombra di suono o rumore di pentole o di fornello acceso: di tale silenzio ti omaggio e della sua impossibilità.
Stringiamo un patto: solamente se sarò in grado di esprimere il silenzio mi ascolterai – e altrettanto silenziosamente, col capo chino verso il terreno come di colei che non pensa affatto a ciò che dirà a breve, ma a ciò che mai ha detto e mai potrà dire; il silenzio può trattenere: non ti canto, ti cantano già le nuvole in viaggio, il piccolo pettirosso, la debole e luminosa primula, la brezza quasi autunnale, il cielo indeciso; non ti canto, ti prego: concedimi, stavolta, di poter suscitare il silenzio – concedimi, stavolta soltanto, di poter finalmente tacere.

Anche per oggi, la mia ora d’aria è conclusa.
Voglio dirti che ho forse, infine, interpretato il sogno dei leoni. Ho letto sul giornale che nelle celle delle prigioni, quelle vere, non ci sono specchi – il vetro conterrebbe già in sé la possibilità dell’autolesionismo. Eppure, cito a memoria: «nelle celle ci sono superfici riflettenti in acciaio lucidato, deformanti e fredde, che funzionano come specchi di sicurezza: immagini distorte, opache, imperfette». Vi compare un volto tremolante, irriconoscibile, un’ombra senza lineamenti. Guardarsi diventa impossibile, come se il volto fosse già altrove.
Non c’è prigione senza specchio, né specchio che non tremi.
Ogni sbarra è riflesso: linea sottile dove ciò che siamo si rovescia in ciò che temiamo.
La colpa non pesa sul gesto, ma sul volto: su quella somiglianza profonda e inconfessabile tra chi ferisce e chi, martire,  attende il colpo.
Il carnefice è «fratello dell’anima»; la vittima lo cerca con la fame cieca di chi desidera la mano che lo annienta.
Nel sacrificio, l’officiante è fatto di vento, il dio si inginocchia dinanzi alla bestia, la bestia solleva il muso e sogna, nella sua povertà, di farsi dio.
La gabbia non chiude, custodisce; lo specchio non riflette, inghiotte.
Ogni ferita è un segno inciso sul vetro, ogni tentativo di fuga un passo nel labirinto di sé; oltrepassare il limite è perdersi in ciò che si voleva distruggere, accogliere nell’intimo il proprio nemico, fino a svanire nella sua forma.
Al confine, il contatto con l’altro è solo un respiro trattenuto, una soglia che ci chiama col silenzio e, quando il piede si solleva per fuggire, l’ombra che ci segue è già la nostra impronta di ritorno.

Ancora una volta, scrivendo, ti ho preso del tempo.
Prova a credermi quanto dico che ti chiedo scusa.

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