
Come nasce la comicità? Ci sono alcuni che hanno la capacità di produrla, altri invece la generano loro malgrado; possiamo dire che i primi sono spiritosi e i secondi sono ridicoli. Un bravo autore di commedie mette a frutto il suo spirito delineando personaggi che con il loro atteggiamento e le loro azioni, senza volerlo, muovono il pubblico al riso. La trattazione che Henri Bergson fa di questo fenomeno, per certi aspetti strano, ci porta a vedere in profondità quanto abbiamo a volte frettolosamente considerato.
L’opera di Bergson che vide la luce nel 1900, edita in italiano nel 1916, mentre già infuriava la guerra e l’Italia era pienamente coinvolta, ebbe in seguito altre traduzioni e altre edizioni. La presente, del 2025, è la terza di sette programmate fino al 2029. Questo ci induce a pensare che la riflessione sul riso, a volte connessa altre volte contrapposta a varie espressioni dell’anima, sia sempre attuale.
Nella introduzione di Beniamino Placido, è del 1982 ma si ritiene ancora ben valida, egli afferma con un riassuntino un po’ brutale, sono parole sue, qual è il succo del discorso bergsoniano sul riso: «uno strumento di cui la società si serve per scoraggiare i comportamenti asociali. Specie quelli statici, ripetitivi, meccanici, che interrompono la fluidità della vita in comune, la circolarità del suo svolgimento, la flessibilità della sua organizzazione: ‘Questa rigidità è il comico e il riso ne è il castigo’» (p. XV).
Desta curiosità vedere il riso, considerato da Bergson come una sorta di stabilizzatore della società, come un benefico antidoto che mette le cose a posto. Egli infatti è lo stesso autore che parlando di società chiusa o aperta e di religione statica o dinamica propende sempre per il secondo corno del dilemma. Ma il conformismo, inteso in senso positivo, che il riso salverebbe non è in contraddizione con la sua visione generale del dinamismo, che riguarda il livello sociale come quello cosmico. Il riso castiga i costumi che si oppongono con la rigidità della ripetizione meccanica al dinamismo vitale. Se il detto latino Castigat ridendo mores, coniato da J. de Santeuil a proposito di Arlecchino, il cui busto doveva decorare il proscenio della Comédie Italienne, la concezione di Bergson non è legata ad un personaggio, sia pure una maschera che designa un agire collettivo, ma a qualcosa di ancor più generale, di più strutturale. È la società umana stessa che per potersi mantenere nel suo funzionamento avrebbe elaborato questo stratagemma.
Un’altra cosa viene all’evidenza dalla lettura del libro: il riso più che castigare l’ingiusto, l’immorale, rivolge la sua azione punitiva verso ciò che ostacola la funzionalità sociale. Questo in ogni caso avviene in una situazione ideale, assomiglia un po’ agli esperimenti mentali di Galileo Galilei, nei quali si doveva tenere per vero la sfericità perfetta di un corpo materiale, come il vuoto assoluto che annulla la resistenza dell’aria. Noi sappiamo bene che sia con il riso sia con gli esperimenti del moto galileiani i fattori accidentali nella concretezza in cui ci troviamo ad operare attenuano il detto teorico. La realtà è sempre più ricca e complessa delle nostre concettualizzazioni, è bene tenerlo a mente.
Quest’opera è considerata dai critici come minore ed effettivamente non pare reggere il confronto con Materia e memoria, L’evoluzione creatrice o Le due fonti della morale e della religione. È una sottile analisi del comico, dello spiritoso condotta con il suo consueto modo di procedere: flessuoso ed avvolgente; le leggi che ne trae non sono tali che se si verifica un caso contrario vengono smentite categoricamente. Quanto alla funzione del riso possiamo dire che serve a non far sbandare il veicolo sul quale viaggiamo, ma il problema di dove stiamo andando l’autore lo spiega in altre opere.
Nel suo approccio al comico in generale con cui inizia la sua trattazione, pone delle domande che fanno pensare alla metafisica delle essenze: «Che cosa significa il riso? In che consiste il risibile?» (p. 5); alla stessa maniera che il giovane, negli Stadi sul cammino della vita, di Kierkegaard si poneva riguardo l’amore: «Che cos’è dunque l’amabile? Questa è la mia domanda, ma il tragico è che nessuno ha mai saputo rispondere» (Kierkegaard, Stadi…., p.122). Ma la via dell’astrazione per entrambi è insoddisfacente, è sulla carne viva, sulla vita che si sta svolgendo che si può cogliere qualcosa di significativo, ed è quello che si propone anche Bergson, una linea che del resto percorre tutto il suo pensiero.
Inseguendo il riso nel suo apparire e nel suo svolgersi, Bergson fa una serie di considerazioni nelle quali è abbastanza agevole riconoscersi. Dice che non v’è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano, se ciò che porta a ridere di un animale o di una cosa avviene è perché vi cogliamo qualcosa di umano. Inoltre il riso ha bisogno di contagiare, si assiste assieme ad una scena comica in un gruppo più o meno ampio ma non infinito, al di là del gruppo la stessa situazione non provoca necessariamente lo stesso effetto.
Quando si ride di qualcuno c’è «un’anestesia momentanea del cuore» (p. 7); anche a noi è capitato qualche volta di ridere di qualche movimento goffo di un nostro insegnante o di qualche persona autorevole, in queste occasioni il riso esplode spontaneo. Anche un sovrano che sbagliasse a sedersi, in Italia è capitato una volta ad un Presidente della Repubblica, può provocare negli astanti questo moto dell’animo. Non succede lo stesso se uno cadesse per lo sfinimento o per una malattia, in questi casi prevale di solito un sentimento di solidarietà.
Di cosa avrà avuto motivo di ridere la società europea, francese in particolare, ai tempi in cui quest’opera vide la luce? Forse dell’ottusità della burocrazia, degli ambienti militaristi, sciovinisti e antisemiti; siamo nel bel mezzo dell’affaire Dreyfus. Il razzismo con l’osservazione, la messa in mostra di “selvaggi”, magari con un contorno che si rifaceva al loro ambiente, portava il pubblico a ridere dei loro comportamenti involuti e a considerare quanto mai necessaria l’azione civilizzatrice nella quale l’uomo bianco si prodigava; si rideva certo, ma guardando dalla parte sbagliata. L’anestesia momentanea del cuore, di cui si diceva poco sopra è stata invece molto lunga. Nella Belle époque, con tutti i suoi fasti, il nazionalismo al grado estremo ha portato alle conseguenze che tutti conosciamo. E oggi? Ci sono motivi per ridere e così preservare una socialità, certamente non perfetta ma comunque funzionante? Il discorso vale sia per le piccole forme di aggregazione come un condominio, un quartiere sia per le etnie le nazioni, gli stati e il mondo intero. Si ride di tutto ma le aggregazioni in cui il riso può funzionare da correttore fanno fatica a comunicare fra di loro nelle cose fondamentali, c’è invece quella comunicazione superficiale, banale che non produce niente di significativo. Le masse che sostengono gli attuali demagoghi al potere e rispondono in diretta ai loro discorsi con gesti e slogan fanno ridere chi è al di fuori senza che loro se ne accorgano; ma in tal caso la funzione sociale del riso è vanificata. Anche fra di loro non è detto che ci sia coesione autentica ma solo degli obiettivi di breve termine in vista di uno scopo individuale.
Nella società attuale costituita da una massa di solitudini c’è poco da ridere.
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
HENRI BERGSON, IL RISO, Saggio sul significato del comico, Prefazione di Beniamino Placido, Laterza, Bari 2025.
SØREN KIERKEGAARD, Stadi sul cammino della vita, a cura di Ludovica Koch, Rizzoli, Milano 1993.