
In un mondo che celebra la razionalità è importante ricordare che le innovazioni più grandi, così come le idee rivoluzionarie, sono nate da una forza capace di andare oltre i limiti della logica tradizionale. La relazione tra follia e ragione è un tema che ha attraversato secoli di riflessione filosofica, artistica e scientifica. Se da un lato la ragione è stata esaltata come fondamento del pensiero logico, dell’ordine sociale e della risoluzione dei conflitti, dall’altro la follia ha sempre affascinato per la sua capacità di rompere gli schemi, sfidare le convenzioni e dare vita a nuove forme di creatività.
La ragione è un sistema di regole che mira a creare ordine, ad evitare il caos. Questo sistema è fondamentale per la convivenza sociale e per la costruzione di un sapere condiviso, tuttavia, è proprio questa natura regolativa della ragione che può limitare l’esplorazione dell’ignoto.
La follia è la forza che rompe questi confini, che sfida certezze e apre nuove strade all’immaginazione. È dalla follia che nascono le visioni più audaci, quelle che sanno mettere in discussione il senso comune. L’arte, più di ogni altro campo, è il regno in cui la follia trova la sua espressione più libera. La creatività artistica non può essere incatenata dalla razionalità. Anche l’innovazione scientifica ha beneficiato di quella follia che permette di vedere oltre l’apparente impossibilità. Pensiamo a Galileo che sfidò le credenze del suo tempo, o Einstein, la cui teoria della relatività ha cambiato per sempre la comprensione dell’universo.
La ragione e la follia, quindi, non sono forze contrapposte, ma possono essere complementari; è labile il limite che le separa.
La ragione struttura e stabilisce regole, la follia sfida queste regole. Senza la follia, la ragione rischia di diventare sterile, incapace di adattarsi ai cambiamenti. Senza la ragione, la follia potrebbe condurre al caos, senza produrre nulla di costruttivo. È in questo equilibrio che risiede la nostra capacità di continuare ad evolverci e a superare i limiti del possibile.
La nostra epoca sembra caratterizzata da una progressiva alterazione della presenza dei confini, sempre più valicabili, e anche dall’insofferenza per qualsiasi limite e regola, tanto che le regole si infittiscono sempre di più, proprio nel tentativo di dare un ordine. Si accentua un progressivo smarrimento del senso, che è indotto dall’alterazione del confine e della perdita del limite come argine all’onnipotenza soggettiva.
Il confine identitario viene messo a dura prova dalle incertezze soggettive e collettive: vengono a mancare quei collanti sociali e culturali, che garantiscono la permanenza di un ordine, il quale assicura stabilità identitaria al soggetto. Lo smarrimento dei limiti e dei confini genera insicurezza, disordine, angoscia e depressione (malattie di quest’epoca in cui si è chiamati a sostenere il peso di una performatività sempre crescente). Quelli che non riescono a sostenere il peso di questa condizione, sono quelli che risentono dell’incertezza dei propri limiti. A volte, infatti, le frontiere più incerte sono quelle interne. Assediati dal mondo esterno e dalle sue richieste, e da quello interno e dalle sue domande senza risposte, si arriva agli stati-limite, in cui si è situati in una situazione di frontiera, il cui confine non è definito, ma incerto.
Il limite è una zona più che una linea di demarcazione. La frontiera è un luogo di passaggio, di transito, un territorio fragile, luogo di confine mutevole e instabile. Se i confini slittano si perdono punti di ancoraggio e di definizione, si smarriscono certezze, identità e stabilità nelle relazioni.
Il concetto di frontiera rappresenta non un muro che vieta il passaggio, ma una soglia che invita al transito; la frontiera diventa qualcosa che va oltrepassato, non qualcosa che indica un impedimento. Tutto viene assimilato da un’uniformità, finendo così per abolire l’alterità.
Ci si sente inadeguati, incapaci di fronteggiare la perenne sollecitazione al cambiamento.
La psicoanalisi ci ha insegnato che i confini tra condizioni psicopatologiche e una supposta normalità sono artificiose, dettate dalla cultura; queste condizioni rappresentano solo un modo ulteriore di indicare l’impossibilità delle pulsioni di raggiungere il proprio oggetto.
La quotidianità della follia
Possiamo considerare il confine tra normalità e patologia come un filo sottile sul quale cerchiamo di mantenerci in equilibrio. E se perdessimo l’equilibrio?
Il concetto di “norma” è andato a configurarsi come standard che una società deve seguire, e di conseguenza un comportamento che va ad allontanarsi dalle norme imposte da una società è stato considerato come anormale, al di fuori di un trend statistico. Usi, costumi e standard di comportamento hanno occasioni diverse in paesi ed epoche differenti. Si tratta di un fenomeno variabile in perenne evoluzione.
La follia è presente nella quotidianità. Si è abituati a pensare i termini normalità e anormalità come opposti, in realtà è possibile rintracciare in ciascuno di noi sia degli aspetti di normalità che di anormalità. Se normale è ciò che è prevedibile, anormale è ciò che si presenta strano. Eppure, non esiste un confine netto tra i due termini, una linea di demarcazione assoluta tra ciò che intendiamo come sano e ciò che invece è patologico. Non esistono gli estremi assoluti.
La nostra realtà quotidiana è costituita dagli infiniti punti che stanno sul continuum. Sulla nostra quotidianità agiscono diversi fattori: le nostre risorse psichiche, i fattori ambientali e le esperienze infantili.
Kant nel suo saggio sulle malattie della mente analizza la follia come fenomeno sociale, partendo dall’analisi delle relazioni dell’essere umano con il proprio ambiente socioculturale. Kant evidenzia che il seme della follia è dovuto proprio al vivere sociale e artificioso. Si intravede una perdita di senso che produce una vita tutta racchiusa nell’artificiosità, nell’ambiguità ipocrita dei rapporti umani viziati.
L’attuale società basata sul desiderio compulsivo del consumo di beni e sull’emotivismo irrazionale è la rappresentazione di quanto descritto da Kant; la perdita delle tre facoltà fondamentali dell’uomo (intelletto, facoltà di giudizio e ragione) sancisce il passaggio dall’imperativo categorico del dovere all’imperativo ipotetico del “cosa voglio”. Accettare di vivere in questo modo produce la follia sociale che distrugge i rapporti umani, facendo ammalare l’individuo. Se non si cede alla follia sociale il risultato sarà il disadattamento, la scissione e la vera e propria malattia mentale.
Si sta nel disagio come a sentirsi gli unici tondi in un mondo quadrato. Ad accompagnare il disagio c’è la vergogna che conduce alla paura e all’inerzia, ed è nell’inerzia che il dolore cresce. Non è il tempo che guarisce, ma l’agire, il re-agire. Senza una presa di posizione si resta ad affogare nel dolore. Reagire significa proprio questo: dal latino re (contro) agere (agire), agire contro, opporre un’azione contraria, opporsi al dolore. Il folle tende a sovrapporre una realtà immaginata a quella rifiutata. La mediazione però non porta mai a una completa sovrapposizione dei due piani, ed è proprio questa mancata completa sovrapposizione a far sì che la follia si acuisca e contemporaneamente persista un po’ di razionalità in grado di accentuare ancora di più la situazione di profondo disagio della malattia mentale.
La patologia non è altro che una forma di esistenza mancata in cui il mondo dilegua nel silenzio. Solo il dialogo e la comprensione, come la riapertura del mondo al malato, possono riattivare la possibilità di un’esistenza autenticamente umana. La storia di ciascuno, nel benessere come nel disagio, non può essere narrata che dall’interprete che tessendo la trama si relaziona all’altro.
La follia è presente al di là della ragione e della sua attività, è più di una semplice deviazione patologica: risiede nel pensiero stesso, non è esterno a lui, ma insito nella sua logica.
La follia è parte integrante della nostra umanità e può insegnarci molto su noi stessi. Il percorso della conoscenza osteggia le sponde di una non-ragione dalla quale ci si salva con la volontà di mantenersi vigili. Ognuno di noi è un luogo frantumato e ognuno contiene virtualmente in sé diverse personalità che, a seconda delle circostanze, rimangono allo stato di latenza oppure vengono attualizzate. La follia non è un deficit, un errore, ma è la virtualità permanente di una ferita aperta. Secondo Lacan, l’essere dell’uomo non solo non può essere compreso senza la follia, ma non sarebbe l’essere dell’uomo se non portasse in sé la follia come limite della sua libertà.
Il limite della ragione
Chi è il deviante? Cos’è la normalità? Il tema della follia, del disagio psichico è sempre stato un mondo messo da parte per paura, ma di cosa? Paura di affrontare l’incerto, l’imprevisto e ritrovarsi così immersi in una realtà tutta nuova che non vogliamo accettare. In latino folle significa sacco e per definizione testa vuota, ma è vuota la testa di un folle? Non è un sacco vuoto, ma un segno di vita. La società ha definito pazzia qualsiasi cosa irrazionale e persino pericolosa. Ma chi decide i limiti della normalità? In ogni società, il normale è chi segue le regole sociali, chi adotta un atteggiamento conformista nei confronti dei codici di comportamento che il sistema sociale offre e impone.
Ogni individuo si costruisce un ruolo e un’immagine di sé che non devono uscire da certi limiti, e devono essere funzionali ai valori dominanti. Siamo continuamente spinti ad essere normali, in quanto la normalità è un modello a cui conformarsi. Pirandello afferma che la pazzia è una forma di normalità, in quanto tutti in un modo o nell’altro siamo folli. Ogni individuo nella società porta una maschera che lo obbliga a recitare sempre la stessa parte imposta dall’esterno, sulla base delle convenzioni sociali. L’unico modo per evitare l’isolamento è il mantenimento della maschera, altrimenti si viene rifiutati. La normalità non è mai garantita. L’equilibrio psichico di ciascuno è instabile ma si regge per una serie di meccanismi interpersonali. L’immagine che una persona ha di sé stesso è in primo luogo un’immagine sociale, che viene avvalorata o meno dagli altri. L’equilibrio personale è equilibrio sociale.
La follia è presente come assenza, carta del mazzo fuori dal mazzo, come la definisce Rovatti; è difficile parlare della follia, è un oggetto che continuamente sfugge. La follia è anche sofferenza, una sofferenza che abbiamo il compito di lenire, ma non dobbiamo dimenticare che non è solo quello; è forse anche verità, in cerca di attenzione, è rumore di fondo che vuole essere ascoltato.
Siamo in una società divorata dalla ricerca senza fine dell’esteriorità e del successo, una società lontana ed estranea da ogni cultura della solidarietà e della comprensione, nella quale il benessere costituisce criterio decisivo in ordine alla valutazione del senso di un’esistenza. Da un lato si predica l’autonomia del soggetto, dall’altro se ne promuove la dipendenza; ne risulta una dinamica contraddittoria che rende ciascuno sensibile a ogni frustrazione che incrini l’immagine del proprio valore. Reso così estremamente fragile, l’io è esposto, indifeso agli effetti devastanti di ogni svalorizzazione.
La necessità della speranza
Nei volti attraversati dalla fragilità e dall’angoscia si nasconde sempre l’attesa e la speranza, che anche noi abbiamo bisogno di nutrire attraverso l’ascolto e le parole che raggiungono l’altro.
Kierkegaard ha scritto che la speranza è la passione del possibile, anche quando le ombre della vita scendono su di noi, la speranza continua a essere un faro di luce che non si lascia sommergere dal buio. Anche se il tempo che stiamo vivendo è segnato dal dolore e dall’angoscia, la speranza mantiene viva una strada che ci sottrae alla disperazione.
Dovremmo accogliere il dolore degli altri come fosse nostro, se c’è questa capacità di raccogliere il grido di dolore senza rifiutarlo ne cogliamo il significato.
La speranza è un dovere, noi siamo relazione e abbiamo il compito di dire parole che non feriscano le speranze. La speranza è come un ponte che ci fa uscire dalla solitudine e ci mette in relazione con gli altri.
Nietzsche in Umano troppo umano definisce la speranza come l’arcobaleno al di sopra del ruscello precipitoso e repentino della vita. La vita è quel contesto di contrasti, di tensioni, di paure, di vuoto sostanziale, e la speranza incarna la forza rinascente che si presenta a far levare gli occhi al cielo.
Il nostro tempo è ancora capace di riconoscere il vuoto esistenziale che lo connota?
In una società multietnica e multiculturale si fronteggiano condizioni esistenziali segnate dalla precarietà e dalla disperata ricerca di sentimenti positivi, di speranze risorgenti.
C’è la precarietà dell’uomo, incredulo di fronte alle trasformazioni epocali, che lo portano a misurarsi con la presenza incombente di altri uomini portatori di bisogni, ma soprattutto di risposte responsabili, di presenze umane che si collochino accanto a loro.
La speranza dell’accoglienza ha la stessa fragilità impalpabile delle emozioni e delle ansie di chi è immerso nel disagio psicologico.
Le cose essenziali della vita, come dice Romano Guardini, sono donate; solo nelle cose donate avviene qualcosa che dal nostro cuore passa immediatamente nel cuore degli altri. Sono i cuori che soffrono a essere più sensibili, a vedere cose che noi a volte non vediamo. La speranza è una sfida continua alla banalità e alle apparenti certezze della vita.
La vita non è qualcosa che va guarita, si è chiamati a viverla, a farsene interpreti, a riscriverla più volte, perché ogni volta che si scrive si vede sotto una nuova luce molti eventi precedenti. Sotto il peso degli eventi dimentichiamo tutte quelle potenzialità che ci costituiscono e allora bisogna ricercarle, riscoprirle, ascoltarne la voce.
Il destino non dipende da noi, mentre dipende da noi il modo in cui lo viviamo, il modo in cui giudichiamo gli eventi e noi stessi. Siamo noi i peggiori giudici, ci giudichiamo deboli e interpretiamo la vita a partire da queste etichette che ci precludono altri modi di vedere e quindi ci negano la possibilità di cercare altre strade, da cui ripartire.
Nella leggerezza della speranza risiede anche la sua forza che risolleva la persona sofferente e ne accompagna il percorso di metamorfosi indicando la strada per uscirne.
La speranza è un’emozione centrale nell’anima umana perché insegna a spingere avanti lo sguardo;
è un dovere più che una prospettiva da perseguire con responsabilità. Questa liberazione non può partire da ciò che più profondamente ci abita e non ubbidisce alle manipolazioni di cui la razionalità è talvolta capace nella sua smania, di trovare una spiegazione per tutto. Per questo l’ascolto della sfera emotiva rinuncia al giudizio, mette in discussione i valori comunemente accettati e fa della relazione interpersonale un percorso di dialogo inesauribile.
Così l’essere umano può trovare un lenitivo all’inferno della solitudine, che smette di essere tale quando si apre all’ascolto: Non c’è solitudine senza silenzio, e il silenzio è tacere, ma anche ascoltare.
In tempi di scetticismo etico occorre trovare spazi di speranza, non pensando alle certezze, ma al possibile. Solo così il futuro può diventare una dimensione di riscatto rispetto alla povertà del presente.
Bibliografia
E. Borgna, L’arcobaleno sul ruscello. Figure della speranza, Raffaello Cortina Editore, 2010.
E. Borgna, Malinconia, Collana Campi del sapere, Feltrinelli, Milano, 1992.
E. Borgna, La solitudine dell’anima, Collana Campi del sapere, Feltrinelli, Milano, 2010.
E. Borgna, La fragilità che è in noi, Collana Vele, Einaudi, Torino, 2014.
E. Borgna, Le passioni fragili, Collana Campi del sapere, Feltrinelli, Milano, 2017.
P. Coppo, Le ragioni del dolore, Etnopsichiatria della depressione, Bollati Boringhieri, 2005.
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Kierkegaard, Timore e tremore, Edizioni di Comunità, Milano, 1948.
P. Rovatti, La follia, in poche parole, Bompiani, 2000.
P. Rovatti, Storia della follia, Rizzoli, Milano 2011. P. Rovatti, Abitare l
3 marzo 2025 alle 10:57
L’articolo è meraviglioso perché presenta i problemi sociali odierni e non solo questi. Non c’è niente di più bella della follia che si scontra con la logica delle cose di natura eterna. In realtà, l’intera storia del mondo ruota attorno a questo argomento. Il problema oggi sono anche i filosofi che cercano la relatività in tutte le cose, uniti al desiderio generale dell’uomo di diventare dominante, senza un significato profondo delle cose. Del resto, per via di valori stabili, misteriosamente pro-empirici, nei quali entra anche la “Speranza” della signora Emanuela Trotta, l’Eterogenesi dei fini è sempre in agguato, per controllare nel tempo infinito, ogni follia umana.