
La musica è quella cosa che, prevalentemente, si ascolta. Ha a che fare con il suono. Si può anche leggere – i musicisti lo fanno – ma per lo più si ascolta. La poesia, invece, è quella cosa che prevalentemente si legge. Ha a che fare con la parola. Si può anche ascoltare – in certi eventi si può assistere a letture ad alta voce – ma per lo più si legge.
*
I musicisti fanno dischi, incisi per essere ascoltati. I poeti fanno libri, stampati per essere letti.
*
La canzone è una cosa a metà strada fra la musica e la poesia: c’è il testo e c’è l’accompagnamento musicale (Treccani).
*
Non potendone fare questione di diritto – non esiste “si deve” nell’arte – si dovrà farne una questione fenomenologica (di fatto).
*
Di fatto, i musicisti che fanno canzoni (che qui, per pura comodità, definiremo “cantanti”, salvo precisazioni successive) assomigliano molto di più a quelli che fanno musica che ai poeti: fanno dischi, non libri; e concerti, non reading.
*
Tony Effe è collega di Mozart? Be’, sì: entrambi fanno musica. Certo, con le dovute differenze: il primo non scriveva canzoni, non vendeva dischi, la sua produzione è imperitura e lui non è più tra noi; il secondo non scrive messe da requiem, tiene concerti e ce ne vorrà per scoprire se la sua musica gli sopravvivrà. Ma è giovane e ha tanto tempo per stupirci.
*
Una canzone dove il testo sopravanzi la musica sembra strana: sembra una specie di poesia… con qualcosa di troppo. Del resto, quella del testo con accompagnamento musicale è una minoranza: nella maggior parte della produzione internazionale, la musica la fa da padrona, tanto nel pop quanto nel rock, nel blues, nel jazz.
*
Proprio nel jazz, ad esempio: c’è molta più musica che testo (se no perché tutti quei terzetti, quartetti, quintetti? Uno strumento solo sarebbe più che sufficiente).
*
Stando al vocabolario, basterebbe la sola voce a definire una canzone. Non c’è bisogno di nessuno strumento. Quando la voce canta, anziché parlare, sta già aggiungendo musica al testo. Ovviamente il vocabolario si preoccupa della definizione, non della gradevolezza del risultato.
*
Vale anche per il rock: tanti strumenti – e tanti accorgimenti tecnici: riverbero, distorsore, chorus, overdrive, echo, delay… – per “accompagnare” la voce. Un banchetto talmente ricco da non essere più mero accompagnamento alla voce; al contrario, è la voce che vi si integra, come ulteriore strumento. Tanto che riusciamo a gustarla anche quando non capiamo le parole.
*
Una bella canzone, ben fatta, può fare anche a meno del testo: non hai bisogno di conoscere l’inglese per venire immediatamente angosciato da Exit degli U2.
*
Una canzone dalla bella musica potrebbe essere sentita anche senza testo, con la voce che ripete «gne gne gne». Si perderebbe qualcosa, ma rimarrebbe bella.
*
Una canzone dal bel testo non potrebbe essere letta senza musica: sembrerebbe una poesia.
*
Non ci interessa stabilire la percentuale della musica e del testo in una canzone (alla stregua del grafico letterario dell’Attimo fuggente): ci basta chiarire che la canzone non è qualcosa a metà strada fra la musica e la poesia, bensì una forma musicale in cui, di solito, si canta un testo su di un tappeto di note più o meno esteso.
*
Ogni ambito artistico ha la sua specificità: la narrativa racconta storie, la musica stupisce l’udito, il cinema offre immagini in movimento. Dire di un film che «racconta una bella storia» non è un complimento, ma l’attestazione di un fallimento: voleva fare un romanzo e gli è uscito fuori un film. Così, dire che una canzone «ha un bel testo», che «sembra una poesia», non è affatto un complimento: è solo l’attestazione che la sua parte musicale è meschina.
*
Più la musica è povera – strumento e voce – meno offre all’ascolto (certo che ci sono capolavori per pianoforte e voce: come in tutte le cose, sono quelle eccezioni che confermano la regola). «Ti piace questa?» «Hai sentito l’ultima di…» No, non mi piacciono. C’è poco da sentire. Il suono è bello da ascoltare quando è ricco.
*
Più la musica è povera, più rischia di essere ripetitiva. Un tizio che fa un disco dopo l’altro, lui con la sua voce e il pianoforte… cosa potrà esserci di nuovo nel prossimo album? Certo che non lo comprerò. È come se l’avessi già sentito.
*
La musica, come ogni forma di arte, tende a colpire. A stupire. Per stupire, ci vuole originalità. Non si può essere originali facendo a ripetizione canzoni con chitarra e voce. Ecco perché i cantautori italiani sono tutti uguali. (Del resto, se li chiamano con un’unica etichetta collettiva – “i cantautori” – un motivo ci sarà. In effetti, è quello che abbiamo appena detto).
*
Non vale mica solo per gli italiani: lo stesso dicasi per Bob Dylan, Joan Baez ecc.
*
Il Nobel per la letteratura a Bob Dylan… io mi sarei offeso. «Non faccio letteratura, io faccio musica» avrei detto. Ma la sua musica è così povera che nessuno ci ha fatto caso: sembrava un dettaglio trascurabile.
*
(E sfido chiunque a dire che All Along the Watchtower gli piace di più nella versione originale che in quella di Jimi Hendrix).
*
Non è questione di fare classifiche. Ma un genere musicale che ha la capacità di rinnovare completamente il proprio suono è più vivo, più ricco e quindi più “stupefacente” di quello che invece conserva lo stesso suono fin da quando hanno inventato gli strumenti di cui si serve. Nel rock, il suono viene reinventato elettricamente di continuo. Nel jazz, la tromba di cent’anni fa e quella del jazzista più in voga suonano uguale. Il rock ha un futuro. Il jazz ha solo un passato.
*
«Ma se ti piace tanto la musica a detrimento del testo – dice – perché non ascolti la classica?» Per quanto appena detto: i pianoforti sono tutti uguali, e pure gli organi e i timpani e i violini e i violoncelli.
*
Di nessun genere musicale si può onestamente dire che sia tutto brutto. Vale certo per la classica. E sì: vale anche per la trap.
*
Negli anni ’90, tutto quello che qui stiamo dicendo, l’hanno fatto: non hanno inventato semplicemente un nuovo genere musicale (più d’uno, in realtà), ma hanno dato la stura alla possibilità di creare un suono illimitatamente nuovo. Gli echi di quel suono arrivano fino a oggi. E tutto fa pensare che non si spegneranno tanto presto.
*
Li chiamavano “shoegazer”: quelli che si guardavano le scarpe. Erano talmente presi dal premere i pedali della chitarra che tenevano gli occhi fissi a terra. Un suono diverso a ogni canzone. La chitarra che suona in sei, sette, dieci modi diversi a ogni canzone. I concerti dei Ride ancora adolescenti, davanti a un pubblico di decine di migliaia di persone. Chissà quanti di loro si chiedevano: «Ma come fanno?»
*
Negli anni in cui accadeva questo in Gran Bretagna, in Italia impazzavano le hit Portami a ballare di Luca Barbarossa, Mistero di Enrico Ruggeri, Passerà di Aleandro Baldi.
*
Nei ’90, scendevi a comprare un disco della new wave anglosassone e letteralmente non sapevi cosa ci avresti trovato dentro. Era tutto nuovo. Oggi ascolti il pezzo di un big italiano e non riesci a capire se è l’ultimo disco o è roba dei ’70.
*
C’è qualche audace che vuole chiedermi se mi piace il Festival di Sanremo?
*
(A proposito di Sanremo: se ci pensi un attimo, si potrebbe benissimo farlo senza orchestra: massimo risalto ai testi, tempo risparmiato. Della musica… ma quella chi la ascolta? Polemiche infinite sul senso, sulla morale, sull’opportunità, sul messaggio. Ma hai mai sentito qualcuno a fine serata dire che di tizio o caio non gli è piaciuta la musica?)
*
Tutta la polemica sui testi di Tony Effe: assurda, dato che si tratta di composizioni artistiche e non di programmi elettorali. Ma in un Paese – e in un’epoca – in cui la musica è tanto svilita, ridotta al rango di ancilla poesiae, non c’era altro da aspettarsi.
*
(Per inciso, gli U2 – portati a processo perché un criminale dichiarava di aver agito su istigazione della loro Exit – vennero assolti).
*
E tutta la polemica su questi giovani (rapper e trapper) che non sanno suonare niente e vogliono a tutti i costi salire sul palco microfono alla mano: ma voi musicisti italiani leggeri DOC, che vi vantate di saper suonare la chitarra, o il pianoforte… ebbene: che uso ne avete fatto? Avete dato vita a un riff che sia riconoscibile come quello di Smoke on the Water? Che innovazione avete portato all’interno del vostro genere musicale? Che cosa volete farmi sentire, di vostro, di così autenticamente nuovo che non potrei rinvenire da nessun’altra parte?
*
Non sarò certo io, caro cantante di leggera, a dirti come devi scrivere le tue canzoni. Dico solo: fammi sentire qualcosa. Che le mie orecchie gioiscano all’attacco, all’assolo, nel finale, da qualche parte insomma. La storia di lei che ti ha lasciato senza spiegazioni l’ho già sentita in Toffee. Che è stata incisa quarant’anni prima della tua.
*
Vasco Rossi – così, per dire – ha portato il punk in Italia (te la ricordi Asilo Republic?) E, oltre ai testi fortemente originali – Deviazioni, Portatemi Dio, Ieri ho sg. mio figlio – offriva una ricerca musicale che si distingueva per le piccole cose (una per tutte: l’aspirina che finisce nella Coca-Cola in apertura di Bollicine). E tu, caro cantante di leggera?
*
«Il testo è importante – dice. – Cosa sarebbe The Wall dei Pink Floyd senza il testo?» No, dico: ce l’hai presente The Wall? Prova ad ascoltarlo senza testo. Fatto? Benissimo. Ora, ascoltalo senza musica. E adesso, la percentuale stabiliscila tu.
*
Musica italiana: Angelo Branduardi, Franco Battiato, Pino Daniele, Zucchero. Vasco Rossi, dicevamo. I Subsonica. E la PFM, ovvio.
*
Elogiare Baglioni perché «è un poeta» non è un complimento, ma un’offesa: è come dire che dei suoi dischi è meglio prendere solo le parole, perché la musica… ormai ci siamo capiti.
*
Vuoi esaltare Baglioni? (O Minghi, Dalla, i Pooh: fa lo stesso). Benissimo. Dimmi cosa ha fatto di diverso da tutti gli altri.
*
D’accordo: messa così sembra una competizione per ingegni à la Leonardo. Allora, vediamo: dimmi come faresti a indovinare che una canzone è sua anche se non l’hai mai ascoltata prima. (No: la voce non può essere la sua).
*
Scusami, eh: ma se non ha un suo timbro musicale riconoscibile e non ha fatto nulla di memorabile… perché dovrei ascoltarlo?
*
Sì, so riconoscere i Deep Purple. Mica solo loro. E mica solo io.
*
Tempo fa, a Milano, chiesi al tassista che cosa stessimo ascoltando. «Deep Purple» disse. Non ci credevo. Lui se ne accorse e mi passò la custodia del CD. Era un bootleg di un concerto dei primordi.
*
«Non ti piacciono i Toto? – mi fa. – Non capisci niente di musica». «Che cosa ti piace dei Toto?» gli chiedo. Non mi risponde. Non lo sa. Però quello che non capisce di musica sono io.
*
No, gli Abba non sono dei grandi. Il che non vuol dire che non possano piacerti. Per tanti motivi: perché hai dato il primo bacio durante una loro canzone, perché ti aiutano a concentrarti (o a rilassarti), perché è la musica dei tuoi vent’anni… ma non sarà nessuna di queste cose a farli grandi. Un gruppo è grande quando fa una musica piena, ricca, sorprendente. Non quando vende molti dischi e basta.
*
Esercizio: dimmi perché dovrei ascoltare proprio i Toto. O gli Abba. Con tanta roba a disposizione. Se c’è un motivo, dimmi qual è.
*
Una canzone è grande quando la ascolti dopo tanti anni ed è ancora capace di stupirti.
*
Ti eri mai accorto che in I Will Follow degli U2 si può sentire il suono di una ruota di bicicletta che gira a vuoto? No? Ascoltala meglio.
*
Ripesca The Dark Side of the Moon e annota quanti suoni diversi riesci a sentire. Un consiglio: munisciti di penna. E di un foglio A3.
*
Dice: «Ma allora mettiti a sentire la musica sinfonica». Uno di questi giorni lo faccio, giuro. Ma il secondo giorno, no. Perché poi la viola suonerà ancora come la viola, e l’oboe come l’oboe…
*
Non ti dico i My Bloody Valentine, no: lì ci devi arrivare da solo, nessuno ti ci può portare.
*
Immagina di ascoltare Isn’t Anything in cuffia ad alto volume e alla fine ti rendi conto che realmente non avevi mai ascoltato niente di simile. Come ti fa sentire?
*
Spooky, dei Lush. Le chitarre suonano in mille modi diversi. Prova ad ascoltarli tutti, catturando le differenze.
*
p.s. In Vapour Trail (Ride, album Nowhere) quei due violini… sono due chitarre.
*
Se non ti è mai capitato di sentire un’eco al contrario – un’eco cioè che precede l’emissione della voce, anziché seguirla – ascolta The End dei Cure. E poi ricordatene, la prossima volta che ti verrà voglia di condannare un cantante solo perché “usa la tecnologia”.
*
A quindici anni la musica la usavi per essere come tutti gli altri, a venti per immedesimarti, a trenta pure, a quaranta per vivere momenti di nostalgia. Quando comincerai ad ascoltarla?
*
(Il problema è l’idea di una “musica nazionale”. La musica italiana. Prova ad ascoltare canzoni in una lingua che non conosci affatto. La musica ti si parerà davanti in una maniera completamente inedita).
*
Festival dove i cantanti si confrontano sui temi trattati: la nonna ammalata, la mamma morta, la famiglia di porcospini sterminata da un jeeppone in velocità. Gara fra cartelle cliniche e situazioni laceranti. Perciò poi ascoltare certe canzoni è uno strazio.
*
«Questo pezzo è noioso». «Ma come, se parla di due orfanelli». La logica ferrea della musica italiana.
*
«I testi sono importanti» dice. Ma certo. Proprio per questo, direi, andrebbero valorizzati, diversificati, potenziati. C’è tanto di cui parlare: la condizione dei lavoratori nel mondo capitalistico, il sadomasochismo, la spinta ad emergere, il rapporto con Dio, l’incontro fra culture. Di che parla la musica che ti piace?
*
Se proprio si volesse farne una questione di confini, meglio “italiana”. Senza “musica”.
*
Sogno polemiche sanremesi sulla sperimentazione sonora, sul coraggio di osare l’atipico, sulla novità della strumentazione portata sul palco. E chitarristi che si voltano di spalle al pubblico per nascondere alle telecamere la nuova tecnica con la quale stanno suonando in un modo che non si era mai sentito prima. Cose che succedono di regola a un festival della musica, insomma.
*
Mai più gente che dice: «Io ascolto un po’ di tutto». Mai più.
*
Sogno di incontrare per strada qualcuno che mi fa: «Il prog dei Dream Theater è eccessivo nel virtuosismo e limitato nella sezione melodica; certi passaggi della Consoli rievocano invece proprio il sentimento richiamato dal testo, con quei violini stirati che hanno dell’innaturale. Ci metterei solo un po’ di synth, per svecchiare». Gli direi: «Sediamoci. Battibecchiamo».
*
La musica è quella cosa che, prevalentemente, si ascolta. Vorrei ascoltarne tanta, tantissima, sempre di più. Anche in Italia.