Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Ciò che vede il cuore

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PREMESSA

Riprendendo il discorso su Pascal nel quarto centenario della nascita, mi pare significativo questo breve scritto di Jean-Luc Marion, frutto di una lectio magistralis tenuta qualche mese fa nella Scuola della Cattedrale del Duomo di Milano. La lettura del libro di Lev Šestov, La notte di Getsemani,mi aveva portato a vedere l’interpretazione che l’autore fa di Pascal come un ripudio della ragione, il presente scritto di Marion, intitolato Ciò che vede il cuore, si presenta a mio modesto avviso, piuttosto come un ridimensionamento che ne chiarisce il campo d’azione e i limiti. Se per Cartesio tutto è riferibile alla ragione calcolante, Pascal vuol indagare su quelle ragioni del cuore che la ragione non comprende. D’altra parte il cuore, che è posto nell’ordine superiore, vede la ragione, senza peraltro che questa se ne avveda.

Partendo questa volta dalla ragione e non dal cuore, si potrebbe trarre come conseguenza che “la ragione ha le sue ragioni che il cuore conosce chiaramente”.

I TRE ORDINI DELLA CONOSCENZA

La ragione a cui fa in primo luogo riferimento Pascal è quella cartesiana: la res cogitans, è costitutiva dell’uomo e dà a questo le certezze che gli permettono di esperire se stesso come pensiero, di dimostrare l’esistenza di Dio che a sua volta si fa garante che il suo essere corporeo e la sua esperienza di mondo non è illusoria.

Il pensiero 308 (Lafuma), è fondamentale per vedere la presa di distanza di Pascal da Cartesio ed anche, come riportato nella prefazione del prof. Alberto Frigo, come «principio architettonico di tutta la riflessione di Pascal» (p. 13). È nell’insieme intitolato: Le prove di Gesù Cristo e contiene vari frammenti dai quali si coglie un’unità virtuale.

Sarà il caso di riportare il testo, considerato che è da questo brano pascaliano, confrontato con fonti bibliche e patristiche, che scaturisce la lectio magistralis del professor Marion (pp. 39-47).

«Tutti i corpi, il firmamento, le stelle, la terra e i regni, non valgono la più piccola delle menti. Perché la mente conosce tutto ciò, e se stessa, e invece i corpi non conoscono nulla.

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Tutti i corpi insieme e tutte le menti insieme e tutte le loro produzioni non valgono il minimo moto di carità. Ne va di un ordine infinitamente più alto.

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Da tutti i corpi insieme non si saprebbe far sorgere un minimo pensiero. Ciò è impossibile e di un altro ordine. Da tutti i corpi e le menti non si saprebbe trarre un moto di vera carità. Ciò è impossibile e di un altro ordine, soprannaturale.

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La distanza infinita dai corpi alle menti è figura della distanza infinitamente più infinita dalle menti alla carità, perché questa è soprannaturale.

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Tutto lo splendore delle grandezze [materiali] non ha lustro per coloro che si dedicano alle ricerche intellettuali.

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La grandezza degli uomini di pensiero è invisibile ai re, ai ricchi, agli uomini d’arme, a tutti questi grandi secondo la carne.

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La grandezza della sapienza, che è tale solo se viene da Dio, è invisibile ai carnali e agli uomini di pensiero. Sono tre ordini differenti, per genere.

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I grandi geni hanno il loro impero, il loro splendore, la loro grandezza, la loro vittoria e il loro lustro, e non hanno alcun bisogno di grandezze carnali, con cui non hanno alcun rapporto. Non sono gli occhi a vederli, ma le menti. E ciò basta.

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I santi hanno il loro impero, il loro splendore, la loro vittoria, il loro lustro, e non hanno alcun bisogno delle grandezze materiali né di quelle intellettuali, con cui non hanno alcun rapporto, perché non vi aggiungono né tolgono nulla. Sono visti da Dio e dagli angeli, e non dai corpi né dalle menti curiose. Dio gli basta.

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Archimede senza splendore sarebbe comunque oggetto di venerazione. Non diede battaglie per gli occhi, ma offrì le sue invenzioni a tutte le menti. Oh quanto ha brillato per le menti!

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Gesù Cristo senza beni e senza alcuna produzione esterna di scienza, è nel suo ordine di santità. Non ha inventato nulla. Non ha regnato, ma è stato umile, paziente, santo, santo, santo per Dio, terribile per i demoni, senza alcun peccato. Oh come venne in gran pompa e con prodigiosa magnificenza per gli occhi del cuore e che vedono la sapienza!

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Sarebbe stato inutile per Archimede fare il principe nei suoi libri di geometria, benché lo fosse.

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Sarebbe stato inutile a Nostro Signore Gesù Cristo, per risplendere nel suo regno di santità, venire come un re. Venne però con lo splendore del suo ordine.

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È del tutto ridicolo scandalizzarci della bassezza di Gesù Cristo, come se questa bassezza fosse del medesimo ordine al quale appartiene la grandezza che egli rese visibile con la sua venuta. Consideriamo questa grandezza nella sua vita, nella sua passione, nella sua oscurità, nella sua morte, nella scelta dei suoi [discepoli], nel loro abbandono, nella sua segreta risurrezione e in tutto il resto. Questa grandezza ci risulterà così grande che non ci sarà più ragione di scandalizzarsi di una bassezza che non c’è.

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Ma c’è chi riesce ad ammirare solo le grandezze carnali, come se non ve ne fossero di intellettuali.

E altri che ammirano solo le grandezze intellettuali, come se non ve ne fossero di infinitamente più alte nella sapienza».

Tante di queste affermazioni non hanno bisogno di argomentazioni né di dimostrazioni, non è il campo della ragione. Solo il cuore le può far sue, anzi si accorge che lo sono già; a chi tenta altre vie esse restano nascoste. Pascal è comunque un fine pensatore che usa la ragione con insuperata maestria, si tratta solo di assegnarle un proprio campo. Il quarto frammento del Pensiero in questione che parla della distanza tra corpi e menti e tra le menti e la carità sembrerebbe un rapporto di proporzione con la mente che funge da medio proporzionale, niente di tutto ciò. Pare piuttosto un tentativo di raffigurare ciò che è impossibile, quindi, se dimostra qualcosa, è proprio questa impossibilità, questo divario incolmabile.

Per questo il discorso nel presente testo di Marion, al quale facciamo riferimento nell’indicazione delle pagine, è quello della ripresa di Cartesio da parte di Pascal per vederne i pregi ma pure i limiti.

Il metodo di Cartesio, è lui stesso a dirlo nelle Regulae ad directionem ingenii, «consiste solo e soltanto nel disporre in ordine le cose verso le quali deve volgersi lo sguardo della mente, affinché si possa trovare una qualche verità» (p. 59).

La razionalità cartesiana dà ordine alle cose, in primo luogo a quelle materiali ben determinabili nella loro estensione, più problematiche quelle spirituali che richiederanno degli aggiustamenti e l’abbandono della pretesa di una misurazione.

Pascal rinviene negli scritti biblici e nelle riflessioni patristiche il riconoscimento degli ordini, della carne, della mente e del cuore nei quali si articola l’esistenza umana. Nel presente testo vengono descritti i tre ordini senza soffermarsi sulla possibilità di passaggio dall’uno altro. D’altra parte la trattazione del pensiero 308, indubbiamente fondamentale, e il richiamo a pochi altri non può spiegare ogni cosa. I riferimenti paolini sul passaggio, già avvenuto per merito di Cristo, dal vivere secondo la carne o secondo lo spirito si devono ritenere acquisiti, senza doverli necessariamente richiamare (cfr. Romani 8, 1-13). In questo caso il termine spirito non ha il significato che gli attribuisce Pascal, vale a dire: scienza, razionalità, ma piuttosto quello di cuore o anche di caritas.

Per il Pensiero 933, richiamato per il suo riferimento alle tre forme di concupiscenza: della carne, degli occhi e dell’orgoglio, il riferimento diretto, letterale, è alla Prima lettera di Giovanni 2, 16: «Tutto quello che c’è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita»

Da questo nel pensiero sopraindicato Pascal ricava le seguenti conseguenze:

«Ci sono tre ordini di cose. La carne, lo spirito, la volontà.

I carnali sono i ricchi, i re: il loro oggetto è il corpo.

I curiosi e i dotti: il loro oggetto è lo spirito.

I saggi: il loro oggetto è la giustizia» (pp. 49-51).

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Questi oggetti a cui ambiscono coloro che sono posti nei rispettivi gradi, di per sé stessi non malvagi, costituiscono altrettante tentazioni di diventare assoluti e prendere il posto di Dio. Anche il ragionevole orgoglio di aver conseguito la sapienza e praticato la giustizia, se non è riferito a Dio è ancora un atteggiamento di superbia. Quindi termina il pensiero richiamandosi a San Paolo, «chi si gloria si glori nel Signore» (1 Cor. 1, 31).       

Pascal riconosce a Cartesio, il merito di aver distinto chiaramente la spazialità materiale dal pensiero, distinzione che quasi tutti gli altri filosofi a suo giudizio ignorano; alcuni Pensieri esprimono questo convincimento: «Non è dallo spazio che devo trarre la mia dignità, ma dal regolamento del mio pensiero. Non avrò alcun vantaggio dal possedere delle terre. Attraverso lo spazio l’universo mi comprende e mi inghiotte come un punto, attraverso il pensiero io lo comprendo» (pensiero 113, riportato a p. 65).

Ciò nonostante Pascal considera Cartesio con le sue ineccepibili prove metafisiche dell’esistenza di Dio come inutile. Dio non si deduce razionalmente ma si conosce amandolo; «Per Pascal, nel caso di Dio l’ego deve pensare secondo la modalità della volontà che esercita l’amore» (p. 69).

L’amore non si percepisce con i sensi, non si concettualizza con la ragione; l’amore si conosce amando.

BIBLIOGRAFIA

Jean-Luc Marion, Ciò che vede il cuore. Pascal e la distinzione degli ordini, Traduzione e prefazione di Alberto Frigo, Book Time, Milano 2023.

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