Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Rimbaud e il “doppio mostruoso”

1 Commento

> di Luca Ormelli*

Con questo articolo mi prefiggo di offrire una interpretazione trasgressiva della celeberrima affermazione di Rimbaud «Io è un altro» e, di conseguenza, del suo ripudio definitivo – apparentemente inspiegabile almeno quanto dibattuto – della poesia e della letteratura alla luce del processo di identificazione/mimesis così come tratteggiato da René Girard ne La violenza e il sacro (R. Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1980. Le citazioni sono da intendersi relative a questa edizione di riferimento).
L’identificazione è il primo, ineludibile passo per sostenere che il desiderio primordiale sfocia inevitabilmente nella violenza reciproca.
Se il soggetto coincide con l’antagonista la rivalità violenta non può che concludersi nella “possessione” o, in termini patologici, nella psicosi.
Nella cosiddetta “Lettera del Veggente” inviata a Paul Demeny il 15 maggio del 1871 (A. Rimbaud, Opere, Feltrinelli, Milano 1964, pp. 141-1472) è Rimbaud stesso a guidarci verso l’ermeneutica di Girard.
Nel primo paragrafo il poeta di Charleville afferma inequivocabilmente: «si tratta di fare l’anima mostruosa».
Relativamente al “mostro”, vale a dire all’irruzione della violenza primigenia come elemento esogeno alla comunità e quindi oggetto dell’epilogo violento che si prefigge di sanare le violenze reciproche mediante l’espulsione della vittima espiatoria scrive Girard: «Il principio fondamentale, sempre misconosciuto, è che il doppio e il mostro sono una cosa sola. Il mito, naturalmente, mette in rilievo uno dei due poli, generalmente il mostruoso, per dissimulare l’altro. Non c’è mostro che non tenda a sdoppiarsi, non c’è doppio che non celi una segreta mostruosità. È al doppio che si deve dare la precedenza, senza tuttavia eliminare il mostro; nello sdoppiamento del mostro quella che affiora è la struttura vera dell’esperienza. È la verità del loro rapporto, ostinatamente rifiutata dagli antagonisti, quella che finisce per imporsi a loro “ma in forma allucinata”, nella frenetica oscillazione di tutte le differenze. L’identità e la reciprocità che i fratelli nemici non hanno voluto vivere come fraternità del fratello, prossimità del prossimo, finiscono per imporsi come sdoppiamento del mostro, dentro e fuori di loro, insomma, nella forma più insolita e inquietante che vi sia» [La violenza e il sacro, op. cit., pp. 220-221].
Affermare che «Io è un altro» implica sottendere un “doppio mostruoso” che pertiene al transfert identificazione/mimesis. Seguendo la nostra ipotesi Rimbaud è preda di un duplice desiderio mimetico: quel che desidera è propriamente quel che non ha e che non è – essendo “l’altro-da-sé” – che si configura come modello univoco del desiderio mimetico. Ma la riconciliazione tra i due poli va ricondotta ad una oscillazione tra l’Io e l’Altro che induce alla epifania del “doppio mostruoso”. Ancora Girard ci soccorre: «Sotto il termine di “doppio mostruoso”, classifichiamo tutti i fenomeni d’allucinazione provocati, al parossismo della crisi, dalla reciprocità misconosciuta. Il “doppio mostruoso” sorge là dove si trovavano nelle tappe precedenti un ‘Altro’ e un ‘Io’ sempre separati dalla differenza oscillante. (…) Il soggetto percepisce in un primo tempo le due serie di immagini come egualmente esterne a sé; è il fenomeno della ‘visione doppia’. Subito dopo, una delle due serie è colta come ‘non-io’ e l’altra come ‘io’. Questa seconda esperienza è quella del “doppio” propriamente detto. Si colloca nel prolungamento diretto delle tappe antecedenti. Conserva l’idea di un antagonista esterno al soggetto, idea essenziale per decifrare i fenomeni di “possessione”. Il soggetto vedrà la mostruosità manifestarsi in sé e fuori di sé a un tempo. Deve interpretare alla meno peggio quello che gli capita e finirà necessariamente per collocare fuori di sé l’origine del fenomeno. L’apparizione è troppo insolita perché non venga ricollegata a una causa esterna, estranea al mondo degli uomini. Tutta quanta l’esperienza è dominata dall’alterità radicale del mostro. (…) I fenomeni cosiddetti di “possessione” non sono altro che un'”interpretazione” particolare del “doppio mostruoso”» [La violenza e il sacro, op. cit., pp. 226-227].
Quel che mi appartiene mi si contrappone come “estraneo”, ma un estraneo desiderabile. E il prezzo del suo ottenimento è la violenza che espelle il mostruoso per ripristinare l’ordine. Nel caso di Rimbaud la violenza va identificata con la “possessione” dell’Altro che si desidera raggiungere ma a cui, asintoticamente, non si potrà mai pervenire. Rimbaud è un “posseduto” nella misura in cui esige dal suo Io di farsi: «veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi (“il parossismo della crisi”, vedi sopra). Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; egli cerca sé stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale egli ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale egli diventa il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto».

Il “doppio mostruoso” fa la sua epifania; esso è la violenza che contagia e che inquina (è “tutti i veleni”, nella duplice e sempre sfuggente ambiguità anfibia del pharmakon) e che necessita di essere rimossa dalla comunità mediante il rito per poter ripristinare la pace originaria. E la rimozione della vittima, nel caso di Rimbaud, altro non è che la riduzione al silenzio dell’Io in favore dell’Altro. La poesia si tace perché la parola è la parola della violenza. Per disinnescare il circolo vizioso della psicosi incombente Rimbaud opera su di sé il sacrificio richiesto dal rito espellendosi dal consorzio poetico in primis e borghese tout court. Si ridurrà al silenzio. La vittima espiatoria non è pertanto la sola parola ma Rimbaud in quanto poeta. Nell’atto stesso di testimoniare programmaticamente il suo intento Rimbaud ha già iniziato ad allontanarsi. L’ordine non può tollerare di essere sovvertito senza il ricorso alla violenza ma una violenza incapace di individuare la corretta vittima espiatoria è una violenza irrefrenabile, che conduce alla distruzione e non alla riconquista dell’armonia. E ciò è tanto più vero per l’ordine psichico. Il Poeta non ha altra via che quella dell’esilio, l’esilio essendo, infatti, specifico della vittima che viene espulsa dalla comunità nativa. Rimbaud non ha deciso di votarsi al silenzio – nella figura dell’esilio. La “carogna”, per tornare a vivere, non aveva altra scelta che immolarsi.

* Luca Ormelli nasce a Padova nel 1974. Dopo gli studi in Filosofia presso la locale Università vagabonda di impiego in impiego. Attualmente lavora come analista informatico. Ha pubblicato Gangbang (Ed. Controluna 2018).

[Clicca qui per il pdf]

One thought on “Rimbaud e il “doppio mostruoso”

  1. grazie, vivere Rimbaud partecipando alla comunità è delicato ed interesante

Rispondi a marco-eugenio cosolo petrucco Annulla risposta

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